sabato 1 ottobre 2011

Mai più come prima. Giacomo Campiotti. 2005


Appena finiti gli esami di maturità, un gruppo di giovani decide di spendere le proprie vacanze estive in una baita di montagna, sulle Dolomiti. Sono sei ragazzi molto diversi tra loro, tra cui spicca il più pacato e saggio Enrico (Marco Casu) che cade da una roccia durante un’arrampicata, e non riesce a sopravvivere all’incidente. La tragedia lascerà un segno indelebile su tutti i membri del gruppo, ed anche dopo l’estate il ricordo e soprattutto gli insegnamenti dell’amico scomparso segneranno le decisioni di tutti riguardo la loro vita futura.
Ma le psicologie ed i comportamenti dei sei ragazzi protagonisti hanno tute lo sciapo sapore del già visto e sentito, quindi non riescono mai a dare al film quel senso di veridicità di cui tanto necessitava.
In scena un passaggio cruciale della vita di ognuno: quello dalla fase adolescenziale all'età matura, la presa di coscienza della durezza della vita, la sensazione di perdita della purezza (mentale e fisica), la paura di crescere e di assumersi responsabilità, la consapevolezza dell'esistenza della sofferenza e della morte. Un film ovvio, banale, superficiale, ma difficile non correre questo rischio affrontando una simile tematica.
La vicenda è tutta interamente fin troppo prevedibile, dove non accade mai nulla di veramente importante e tutto si snocciola in maniera meccanica.
Un film patetico, inutile, che ho recuperato e guardato solo per noia, senza interesse

giovedì 29 settembre 2011

Anita Ekberg e i suoi 80 anni in clinica

di Marianna D'Ambra


Anita Ekberg e La Dolce Vita - Credits:Lapresse
Federico Fellini l’ha resa celebre nel mondo intero grazie alla leggendaria passeggiata notturna nella Fontana di Trevi. Per anni è stata il sogno proibito di milioni di uomini con la sua bellezza, le sue form da Pin-up e il suo fascino nordico. Sono passati 51 anni da quando interpretò la giovane donna che seduceva un Marcello Mastroianni totalmente rapito dal suo fascino.
A proposito di Anita Ekberg Federico Fellini affermò:

Se mi chiedete de La dolce vita come nel test delle associazioni, rispondo subito: Anita Ekberg! A distanza di trent’anni il film, il suo titolo, la sua immagine, anche per me, sono inseparabili da Anita. Era di una bellezza sovrumana. La prima volta che l’avevo vista in una fotografia a piena pagina su una rivista americana “Dio mio” pensai “non fatemela incontrare mai!” Quel senso di meraviglia, di stupore rapito, di incredulità che si prova davanti alle creature eccezionali come la giraffa, l’elefante, il baobab lo riprovai anni dopo quando nel giardino dell’Hotel de la Ville la vidi avanzare verso di me preceduta, seguita, affiancata da tre o quattro ometti, il marito, gli agenti, che sparivano come ombre attorno all’alone di una sorgente luminosa. Sostengo che la Ekberg, oltretutto, è fosforescente

Oggi Anita Ekberg compie 80 anni e, per uno scherzo del destino, spegnerà queste importanti candeline nel letto di una clinica per lungodegenti, un posto dove la vita tutto è tranne che dolce. Le suore che la assistono hanno organizzato per lei una festa e le staranno vicino in questo giorno di festa. L’attrice si definisce sola: non è sposata e non ha mai avuto un figlio, ma la sua vita è stata davvero un sogno ad occhi aperti. Tra le tante gioie che l’attrice può ricordare primeggia la proposta di matrimonio da parte di un innamoratissimo Frank Sinatra, oltre al successo planetario che ha riscosso nel corso della sua carriera. Noi vogliamo farle i nostri auguri ricordando la scena che l’ha resa celebre in tutto il mondo.

giovedì 22 settembre 2011

Super 8 di J.J. Abrams, 2011

Visto il cast ed il trailer, le aspettative per "Super 8" sono grandissime anche perchè è stato annunciato da una campagna promozionale ricca e appassionante che ha incantato il pubblico e gli addetti ai lavori. 
Il film ha avuto un notevole successo negli Stati Uniti e pare che anche qui in Italia abbia molti riscontri positivi.
A dirigere il film c'è J.J. Abrams, il creatore di Lost e Alias e Fringe, una delle 100 persone di Hollywood che devi assolutamente conoscere, secondo People.
Produttore invece è Steven Spielberg, che non ha bisogno certo di presentazioni.
L'ambientanzione è fine anni 70 nell'Ohio. Il film parte con un funerale di una donna, morta in un incidente nella locale fabbrica.

lunedì 5 settembre 2011

Stalker di Andrej Tarkovskij. 1979

Tu sei re.
Vivi solo.

Scegli liberamente la strada
e va dove ti conduce il tuo libero ingegno,
perfezionando i frutti dei tuoi diletti pensieri,
senza chiedere premi per la tua nobile impresa.

Essi sono dentro di te. Tu stesso sei il tuo giudice supremo: tu sai giudicare, più severamente di ogni altro, la tua opera.

Ne sei contento, o giudice esigente?


Uno "Stalker" è un esploratore e questo film ne è la sua storia. Un esploratore abbandona moglie e figlia e si unisce ad uno scienziato e ad uno scrittore per scoprire un paese lontano e proibito, quella che da subito e ossessivamente chiameranno "la zona", una stanza misteriosa, dove pare si esaudiscano tutti i desideri umani più reconditi.
Difficile parlare di questo film, difficile catalogarlo, perchè saranno i dialoghi a rapirvi. Non c'è azione, i personaggi sono spesso inermi, sdraiati, in silenzio, in ascolto. Un film che potete guardare anche ad occhi chiusi (senza addormentarvi però), ma la troppa radice "intellettuale" disturba, perchè c'è solo quella. Una guerra che nessuno vede, ma che solo l'artista, l'intellettuale, con la sua sensibilità, lungimiranza vede e combatte. Poi quando finalmente (dopo due luuunghe ore) si arriva nella Zona, c'è una grande scacchiera, ci sono i dadi e c’è un percorso.
Lo stalker sposato e padre di una bambina senza l’uso delle gambe, si incontra in un tetro bar con due clienti, uno scrittore etilista che ha perso l’ispirazione e uno scienziato tutto pieno di certezze. La loro meta è il cuore della Zona, la Stanza dove vengono realizzati i desideri. Se lo scienziato camminerà sui binari arrugginiti del razionalismo più piatto, lo scrittore s’interrogherà tra desiderio e avversione per la Stanza:“Supponiamo pure che io entri in quella stanza, divento un genio e ritorno nelle nostre città dimenticate da Dio. Ma l’uomo scrive soltanto perché si tormenta, perché dubita e perché deve continuamente dimostrare a se stesso e agli altri che davvero vale qualcosa. Ma se sapessi con certezza di essere un genio, perché dovrei continuare a scrivere? Me lo sa dire perché?”
L'incarnazione dell’idiota dostoevskijano, la cui “santità” risiede nell'essere fedele fino alla disponibilità nei confronti degli altri, si riflette nella figura dello Stalker che personifica la preghiera, la fede, la credenza sulla parte recondita e spirituale dell’uomo. La mancanza di fede da parte del fisico e dello scrittore manderà in crisi il compito dello Stalker: “Ma gente così può credere a qualcosa? Nessuno crede più, non soltanto quei due. Chi posso portare là? Oh Signore! E la cosa peggiore è che non serve a nessuno. A nessuno serve quella stanza e tutti i miei sforzi sono inutili”.
La debolezza apparente che anima lo Stalker è in realtà concepita da Tarkovskij come una virtù: perchè non spinge mai a voler sottomettere l’altro e ad utilizzarlo per la realizzazione dei propri intenti. Non a caso, la debolezza sarà palesata durante il film con i versi originariamente tratti dal Tao tê ching di Lao Tzu: “Quando nasce, l’uomo è tenero e debole; quando muore, è duro e rigido (forte). I diecimila esseri, piante e alberi, durante la vita sono teneri e fragili; quando muoiono, sono secchi e appassiti. Perché ciò che è duro e rigido (forte) è servo della morte; ciò che è tenero e debole è servo della vita.
Armatevi di pazienza, tutto qui è lasciato al libero arbitrio e alla vostra immaginazione, cos'è la zona? Forse un posto governato da misteriose energie aliene,un luogo "neutro", esterno alla vita ordinaria, al contesto sociale che circonda la vita di ciascun uomo in cui occorre con la meditazione saperci arrivare?
La "Zona" cambia continuamente, si evolve, si modifica negli elementi naturali che la compongono (compresi gli eventi atmosferici) perché rispecchia i moti dell'animo di chi vi si addentra. E smaschera i suoi fantasmi, le sue angosce. Potrebbe essere una trasposizione della seduta di una psicanalisi, dove si vede riflessa la propria interiorità e ne si subiscono gli effetti.
La Guida, l'Arte e la Scienza ad accompagnarci in questo viaggio quasi dantesco dei regni celesti prosegue con metafisica lentezza, al limite del ralenty e di silenzi lunghissimi, per scoprire il proprio inconscio, le proprie paure. Un cammino spirituale contrastato dagli scetticismi della Scienza (il professore di Fisica vuole spesso interrompere questo cammino)fino alla fanciullesca stanza dei Desideri, quella dei giochi, fatta di ceste piene di giocattoli da versare e lasciar ciondolare e rotolare per tutto il pavimento.
Quando si arriva alla Stanza, dopo essere sopravvissuti ai cambiamenti e alle trappole della "Zona" del proprio animo, si dovrebbe essere pronti a varcare la sua porta e a mostrarsi per quello che si è. Una sorta di giudizio universale, è Dio che si dovrebbe incontrare? Tarkovskij del resto era un ortodosso e la Stanza, si dice spesso nel film, renderà giustizia e punirà gli esseri avidi, corrotti, meschini.
"La 'Zona' lascia passare soprattutto gli infelici, coloro che non hanno nulla e il cui cuore è perciò rimasto puro, quelli che hanno fede, che non hanno smesso di sperare, quelli che credono in qualcosa:"La rigidezza e la stabilità, nella loro ottusità, sono compagne della morte, mentre la debolezza e la fragilità esprimono la freschezza dell'esistenza."
Forte l'insistenza sui primi piani dei protagonisti che parlano, talvolta interpellando direttamente lo spettatore con lo sguardo, inquietandoti, spesso ho avuto l'impressione che parlassero direttamente con me (!!!).
Molti gli oggetti sparpagliati alla rinfusa in varie parti della "Zona" alla Giorgio De Chirico.
Insomma vi consiglio questo film solo se siete indenni all'angoscia, perchè ipnotizza e distorce l'animo soprattutto per via delle sonorità vibranti dei dialoghi. Ma un gran bel film.

giovedì 14 luglio 2011

Carlo Giuliani, Ragazzo di Francesca Comencini. 2002

(immagine di Carlo Giuliani bambino tratta dall'album della famiglia Giuliani)

Uno e un solo punto di vista con cui si snoda la ricostruzione della Comencini sull'ultimo giorno di vita di Carlo Giuliani: quello di sua madre.“Vivamus, mea mater, atque amemus”. Con questo classico verso catulliano Carlo Giuliani si rivolge, infatti, in apertura proprio alla madre in una delle poesie scritte nell’adolescenza.
Un documento straordinario per la forza e la lucidità con cui minuto per minuto la donna fa rivivere quei momenti, di una donna straziata che ha avuto come ultimo sollievo quello di ripercorrere quegli ultimi istanti tante volte col pensiero, per essere virtualmente vicina a quel figlio morto da solo. Per strada.
Una ricostruzione assai coerente dei fatti, convincente, esatta. Che fa tremendamente rabbia, ma che fa sperare. Che un'Italia civile, coraggiosa, davvero diversa e orgogliosa di esserlo esista, nonostante tutto.
"Carlo uscì con il costume da bagno sotto i pantaloni, non aveva ancora deciso se andare con un amico al mare oppure alla manifestazione...Mi hanno colpito subito queste parole iniziali di Heidi Gaggio Giuliani. Ho pensato a che sciocche fatalitè fanno fare le scelte sbagliate. Ma poi andando avanti con il filmato ho capito che a sbagliarmi ero io. Che io, come tanti, ero stata vittima delle "scelte comuni, popolari, vigliacche". Scappare di fronte al pericolo.
Quel 20 luglio del 2001, Carlo fa una scelta oculata, come quando sei al bivio della tua vita: decide di sacrificare una giornata di sole e di mare per scendere in una piazza già annebbiata dai gas lacrimogeni, le cariche della polizia sui manifestanti pacifisti erano già cominciate e Carlo che passa da lì vi assiste. Nelle immagini si vedono dei “misteriosi” Black Block cacciati dagli stessi manifestanti (“Andate via, venduti, noi non siamo violenti” gridano loro) ma che,invece, lasciati indisturbati, mettono a ferro e fuoco molte zone della città ligure. Voi cosa avreste fatto trovandovi lì? Avreste girato le spalle e sareste andati al mare?
"Colpito in faccia, rimase subito paralizzato nel lato sinistro del corpo e cadde a terra... La camionetta dei carabinieri in retromarcia gli passò sul corpo due volte, sul bacino e sulle gambe, poi sparì dalla scena senza prestare soccorso... Prima che morisse, lo presero a calci in faccia". Parole terribili, pronunciate con calma, pacatezza, pazienza, intelligenza, da parte di una donna che ha scandagliato ogni minimo frangente potesse parlargli ancora di Carlo. Le immagini parlano chiaro: quando Carlo si china a prendere l'estintore, la pistola è già puntata: legittima difesa quindi? Verso un gesto che ancora non si è compiuto?
Cosa vuoi fare con quella pistola? Ma mettila via!”. La madre cerca di ricostruire l'ultimo pensiero che balena nella testa di un Carlo per qualche secondo ancora vivente. Chissà quante volte ha riguardato quegli ultimi frammenti di vita di Carlo. “E’ stato condannato a morte e prima dell’esecuzione è stato anche torturato” e poi ricorda il valore storico della Resistenza.
La toccante intervista, che vi consiglio di recuperare, è intramezzata da testi e poesie del ragazzo (anche in inglese, o in latino nella traduzione di Erri De Luca), da ricordi di famiglia e naturalmente dalle immagini scelte tra quelle girate a Genova e quelle più intime in bianco e nere riprese dall'album di famiglia.
Ho voluto ricordare Carlo così. Andando a cercare materiale degno che lo riguardasse, per rendergli tributo, memoria. Non ho grosse parole da spendere, solo tristezza, amarezza, preferisco quindi far mie le parole della madre in un passaggio dell'intervista: "E'diversa la violenza di chi attacca, da quella di chi si difende" Carlo si è difeso. Fino a rimetterci la vita stessa. Ciao Carlo.

giovedì 23 giugno 2011

Provaci ancora, Sam. Herbert Ross. 1972

Io amo la pioggia: sciacqua le memorie dal marciapiede della vita.

Quando ieri pomeriggio ho deciso di rivedere questo film, ho subito pensato che se Woody Allen decidesse di recitare di nuovo in uno dei suoi film, noi non avremo più la sua voce italiana. Oreste Lionello non c'è più e ascoltare Allen non sarà mai più lo stesso, con Scoop abbiamo perso Woody.
La trama di questo film, uno dei migliori a mio avviso, che precede i suoi capolavori più celebri, è semplice ma efficace e ricca di spunti: Allan Felix (Woody Allen)è un critico cinematografico che viene mollato dalla moglie Nancy:"Voglio vivere! Voglio girare l'Europa in motocicletta! Io e te si va, al massimo, al cinema." "Mi ci mandano. Lavoro per una rivista di cinema!"
Dick e Linda sono i suoi migliori amici si prodigano per lui e gli presentano una serie di donne, ma Allan, timido e molto impacciato fallisce ad ogni incontro.
Linda però non si arrende, non demorde, non lo lascia solo e inizialmente solo per paura che cada in depressione.Dick è sempre in viaggio per lavoro, Allan ha l'animo più sensibile e Linda ne rimane attratta...
Presente fin dall'inizio un forte parallelismo con Casablanca, ed in particolare con Humphrey Bogart, che come una sorta di angelo protettore ogni tanto irrompe sulla scena per consigliarlo.
ALLAN: "Non avrei mai potuto picchiarla, io, Nancy. Non c'era questo tipo di rapporto, fra di noi."
BOGART: "Rapporto? Dov'è che l'hai imparata, questa parola? Da uno strizzacervelli di Park Avenue?"
ALLAN: "Mica sono come te, io. Alla fine di Casablanca, quando perdesti Ingrid Bergman, non eri distrutto?"
BOGART: "Roba da niente. Un whisky e soda, e via."
ALLAN: "Io, vedi, non bevo. Il mio fisico non tollera l'alcool."

Infatti il film si apre con Allan Felix quasi in trance davanti ad uno schermo di cinema: guarda per la centesima volta ma sempre con trasporto e passione Casablanca, proprio mentre sta dicendo addio ad Ingrid Bergman nell'aeroporto fumoso in una scena che tutti noi conosciamo. I punti di contatto e le citazioni della storica pellicola saranno sempre presenti, soprattutto nella parte finale.
Nella versione inglese la frase finale sarà proprio Play it again, Sam, da cui il titolo (azzeccato forse, ma fa perdere il senso della citazione), cioè suonala ancora, Sam, citando ciò che Ingrid Bergman dice al pianista di colore del Rick's Cafè. Tutto stupendo!

Sono riuscita nell'intento di spingervi a rivederlo? Fatelo!

giovedì 16 giugno 2011

Ferro 3. La casa vuota di Kim Ki-Duk. 2004

"Siamo tutti case vuote
e aspettiamo qualcuno che apra la porta e ci renda liberi.
Un giorno il mio desiderio si avvera.
Un uomo arriva come un fantasma e mi libera dalla mia prigionia.
E io lo seguo, senza dubbi, senza riserve...
Finché incontro il mio nuovo destino."


Ferro 3 è una mazza da golf, sia simbolo del film e sia strumento dalle molteplici funzioni e chiavi di lettura della pellicola come l' amore, la morte, la rabbia, la libertà e la fuga. Anche se mai come in questo caso, il film andrebbe sentito, assaporato e non letto. Tae-suk, il protagonista, non è identificabile, perchè è pieno di identità, balza da una casa all'altra, indossando polimorficamente i panni degli altri, sventendosi della propria anima per abbracciare quelle altrui. Non vuole rubare, nè spiare, nè scappare, nè appropiarsi di ciò che trova transitando per poche ore nelle abitazioni prescelte. Forse cerca la pace o forse vuole donarla, una sorta di angelo con la missione di portare sollievo, riempire uno spazio vuoto fino a che trasbordi di amore. E così cura anche se stesso. Fin quando incontra gli occhi di lei che più degli altri andrebbero salvati. La ragazza è, infatti, vittima della violenza del marito.
Come ricordo delle sue incursioni, il giovane crea una galleria fotografica dove s'immortala con foto dei veri abitanti, accanto ai loro oggetti quotidiani, surrealismo e fantasia pura soprattutto nei suoi siparietti in carcere che culminano in un criptico occhio stampato sul palmo della mano. E il tutto nella più totale assenza di parole, comunicando attraverso i gesti e gli sguardi, imparando ad amarsi piano, condividendo tutto il resto, prima ancora del corpo. Il luogo fisico della Casa, dimora di una borghesia ipocrita e violenta (incarnata dall'amante violento della donna), è finalmente dominato dall’uomo che riempie di significato le parole vuote coi suoi silenzi e sguardi, salvo un significativo Ti amo pronunciato da lei verso la fine.
La sensazione finale è quella di un film anarchico, o meglio di personaggi anarchici che rifiutano qualsiasi soluzione basata sulla comunicazione, sul dover dare delle spiegazioni, in una totale assenza di fiducia negli esseri umani.
Realtà o sogno? Potenza del cinema, ma a volte anche della stessa vita. E come recita la frase a fine film: "...è difficile dire se il mondo in cui viviamo è sogno o realtà"

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