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sabato 21 ottobre 2017

Drive di Nicolas Winding Refn. 2011

Nonostante il titolo tragga in inganno le corse e le rapine sono la parte minore in Drive, che racconta di un uomo doppio, che di giorno fa la controfigura per le scene di auto nei film e di notte è un autista freelance per rapinatori. Si innamora della donna sbagliata per la quale farà tutta una serie di cose sbagliate. Uno virile scemo o ingenuo (non ho ben capito) che parla pochissimo e che utilizza come unico linguaggio la forza e la determinazione, ma che lo ingoierà in una spirale senza via di uscita. Cos'ha di unico questa pellicola? Le immagini. Dopo una delle tante sparatorie presenti, nel motel in cui si rifugia il protagonista compare sporco di sangue e poi riscompare nel buio. Inquadrature perfette, riprese dinamiche che proiettano emotivamente lo spettatore dentro la storia e lo deliziano con angolazioni che vanno a creare sorprendenti composizioni visive e con altri brillanti movimenti di macchina.
L'equilibrio tra violenza e sentimenti è perfetto: dolcezza e freddezza, azione ed emozione crea un contrasto dialettico tra Eros e Thanatos, che ha il suo punto d'arrivo nella celeberrima “scena dell’ascensore”, che assume le sembianze di un film nel film. Consiglio la visione di Drive? Sì, ma in un momento di tranquillità. Non è un film frenetico, e neanche pieno d’azione. E’ un film particolare che ha bisogno di attenzione e pazienza. Refn ha decisamente svolto un egregio lavoro, non per niente, ha vinto il premio come “Miglior Regista” al festival di Cannes del 2011 con questo film! Arte vera!

lunedì 2 ottobre 2017

Il cuore grande delle donne di Pupi Avati. 2011

Anni ‘30, nell'Italia contadina che osserva ancora con ammirazione il Duce al potere. Nel cuore dell'Emilia Romagna, terra natale del regista, la famiglia dei Vigetti ha tre figli: il piccolo Edo, la formosa Sultana a cui da nove anni non viene più il ciclo e Carlino dall'alito di Biancospino. La famiglia Osti è, invece, quella ricca. Carlino si innamora di Francesca, una Ramazzotti imbarazzante che recita con uno spiccato accento romano.
Non si capisce esattamente cosa Avati voglia raccontare: la semplicità della gente di campagna estranea ai grandi eventi storici che in quel periodo hanno segnato il nostro paese? La forza dell'amore capace di guardare oltre le imperfezioni degli uomini? Questo film non lascia nulla.

mercoledì 28 settembre 2016

17 ragazze di Muriel Coulin, Delphine Coulin. 2011

Ispirato a una storia realmente accaduta negli Stati Uniti e riambientandolo in Bretagna, terra d’origine delle due registe, regione scelta per le similitudini geografiche e socio-economiche con il luogo originale, 17 filles racconta la storia di alcune liceali che decidono di restare incinte contemporaneamente, un movimento femminista adolescenziale che rivendica il proprio diritto di esistere, e di scegliere.
la giovane Camille resta incinta per caso, o meglio per colpa di un preservativo che si rompe. cerca sostegno nelle sue amiche, a tal punto da convincerle che la sua è una scelta di libertà che migliorerà e riempirà la sua vita. In questo preciso istante entra in gioco una seconda solitudine, quella di un’altra ragazza che fingerà di essere anch’essa in stato interessante per ottenere l’amicizia delle cinque protagoniste – di cui Camille è il capobranco indiscusso. Tutto carino. Peccato per il finale; non tanto per il modo in cui si conclude la vicenda, in grado di riportare tutti alla realtà delle cose, quanto piuttosto per la fastidiosa voce fuori campo che prova a tirare le somme di film in cui non è necessario farlo.

mercoledì 6 gennaio 2016

Il primo uomo di Gianni Amelio. 2011

"se i poveri siamo noi, allora va tutto bene".
ad Albert Camus, morto in un incidente d'auto il 4 gennaio del 1960 Su quell’automobile non doveva salire; nelle tasche aveva il biglietto del treno; al volante c’era Michel Gallimard, nipote del suo editore, che muore cinque giorno dopo all’ospedale. Nella sua sacca, scrive la figlia Catherine, vengono trovate «centoquarantaquattro pagine scritte di getto, a volte senza punti né virgole, con una grafia rapida e difficile da decifrare, mai rielaborate».l testo, incompiuto venne in uno primo momento dattiloscritto dalla moglie di Albert Camus, Francine, e in seguito rielaborato dalla figlia Catherine. Il regista riprende questo romanzo incompiuto di Albert Camus. Algeri. Lo scrittore Jean Cormery (alter.ego di scrittore e regista) torna a distanza di anni nella sua terra natale. Il film si apre con Cormery/Camus curvo sulla tomba del padre mai conosciuto, morto nel ’14, a ventinove anni in una trincea sul fronte franco-tedesco. Su quella tomba anonima il figlio che non ha mai conosciuto suo padre perché morto prima che lui nascesse, grida in silenzio tutta l’assurdità di una storia insensata subita dai più. Camus era un pies noire e venne espulso dal Partito Comunista franco/algerino per le sue divergenze con i dirigenti quando questi, su ordine di Stalin, decisero di espellere dal partito gli arabi. Nel 1937 il Partito Comunista Francese, i cui ideali erano quelli dell’uguaglianza, della libertà e della fratellanza, espulsero, quelli che, secondo loro, non essendo francesi non corrispondevano al “modello del comunista francese”. Come sarebbe il Nord africa se la speranza di Camus di creare una Stato algerino dove i nativi, arabi e europei, potessero vivere insieme con gli stessi diritti e con le stesse possibilità identitarie, si fosse realizzata? … forse non ci chiameremmo più europei e nordafricani, italiani e tunisini ma unicamente mediterranei.

martedì 24 marzo 2015

Tomboy di Céline Sciamma. 2011

Visioni fluide, magnetiche, sempre in divenire. E la protagonista: una bambina di 10 anni, che approfitta del trasferimento della famiglia in un nuovo quartiere per completare la sua vocazione da maschiaccio (tomboy) presentandosi a tutti come Mickael: gioca a calcio, fa a botte per difendere la sorella minore. Il suo sorriso raro vi catturerà. Un film sull'identità sessuale e sul corpo, perchè quando alla nascita veniamo dichiarati “maschio” o “femmina”, questi nomi hanno un effetto radicale sul nostro modo di agire nel mondo, sulle aspettative che la società nutre nei nostri confronti, sullo sguardo che gli altri portano su di noi e su quello che noi portiamo sugli altri.
Istintivo. Ma allo stesso tempo prudente. Tenero, come un bacio all'amica Lisa

sabato 3 gennaio 2015

Pollo alle prugne di Marjane Satrapi, Vincent Paronnaud. 2011

“Colei che hai perduto sarà in ogni nota che uscirà dalle tue dita”.
Otto giorni per smettere di esistere. Era il 2007 quando Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud vincevano il Premio della Regia al Festival di Cannes con il lungometraggio d'animazione "Persepolis", tratto dall'omonimo graphic-novel della Satrapi. Qui siamo nella Teheran degli anni Cinquanta. Nasser Ali è un violinista di incredibile talento, che, durante una delle solite litigate con l'intransigente consorte, vede l'adorato strumento scagliato a terra dalla donna, distrutto per sempre. Decide quindi di "lasciarsi morire", chiudendosi per sette giorni nella sua camera da letto, senza magiare né bere, solo con i suoi ricordi. Rispetto a Persepolis l'Iran non è più teatro di scontri e ingiustizia sociale, ma diventa un'ambientazione da favoletta nella millenaria cultura persiana. Una cornice narrativa e varie parentesi temporali di visioni e ricordi di Nasser Ali in cui Teheran sembra tratteggiata con lo stesso spirito intimista e lo stesso gusto per la suggestione romantica della Rimini felliniana di "Amarcord". L’ambientazione e la voce fuori campo ci suggeriscono che la vicenda è situata negli anni immediatamente successivi al colpo di Stato degli Stati Uniti del 1953 e non può non evidenziarsi, a un occhio esperto, la dissacrante sequenza, nella quale la regista punta il dito sulla cultura stelle e strisce (ingrassante e ottusa), importata nel paese asiatico. Inoltre la protagonista femminile si trascina un nome inusuale e non casuale – Iran – e la pellicola ci suggerisce come la sua figura (eterea e perduta) sia il riflesso abbagliante di un paese che non esiste più. Come la citazione dell'abbraccio (più materno che sensuale) nell'enorme seno di una Sophia Loren avvolta dalle ombre oscure del sogno, un desiderio dimenticato che permette al povero protagonista di trascorrere l'unica notte nel sonno e nella beatitudine.
Pernacchia irritante e impertinente di un figlio ottuso che non ha ereditato la sensibilità artistica del padre messa in scena con siparietto platonico, al quale contrapporre l'avvenire del figlio visto come una sit-com americana kitsch e a basso costo. E'la perdita del suo amore unico che fa suonare così divinamente Nassar Ali, l'uomo si farà poi convincere dalla madre a sposare l'erudita e bruttina Faranguisse, ma la storia non decollerà mai e sarà il motivo portante del film che spinge l'uomo a viaggiare per tutta la durata in questa bolla onirica: rivedrà la madre (accanita fumatrice svanita in una nube di fumo) e la sua amata Irane (il rimpianto di una vita), poi conoscerà Azraele (un angelo della morte giovane e simpatico) e sognerà le desolanti proiezioni future dei suoi figli. La dolce Irane (Golshifteh Farahani) è metafora dell’ardore per la terra natia, che seduce ma respinge, che affascina ma incatena e che, con laconica discrezione, osserva impotente la maestosa bellezza dei suoi frutti più lontani. Pollo alle prugne si rivela dunque una dichiarazione d’amore e allo stesso tempo di un concesso perdono verso il proprio Paese prigioniero del giogo di un regime teocratico, nella consapevolezza che, se da un lato è impossibile l’agognato ritorno, dall’altro è altrettanto irraggiungibile – come artista e come persona – la piena dimensione del sé in una terra nuova e straniera.
Infatti, a fine gennaio 2012 è stato ufficializzato da parte del governo iraniano il confinamento perenne della splendida Golshifteh Farahani. Fortemente contaminato da un registro surreale e grottesco che pare stringere una forte parentela con i lavori di Jean-Pierre Jeunet (palese il riferimento a Delicatessen nella scena degli occhiali)e continua idealmente Persepolis. Da non perdere.

mercoledì 8 ottobre 2014

Anonymous di Roland Emmerich.2011

Dedicato al mio periodo traumatico pre.tfa
Il film comincia con i giorni nostri, a Manhattan. All’interno di un teatro uno storico ci introduce nella questione: "Shakespeare, un impostore?". Carrellata in avanti e lo spettatore viene trasportato alla fine del XVII secolo. Il Conte Edward De Vere aspira a cambiare il mondo con le sue parole. I tempi in cui vive sono terribili (epidemie, guerre, soprusi, povertà) e il suo Paese, guidato da Elisabetta I è in bilico. Insomma, una storia assai complessa in cui si staglia anche la figura di Shakespeare: la leggenda vuole che sia stata una vendetta della stessa regina Elisabetta... Questo regista mi ricorda pessime catastrofi e fine del mondo, qui presuntuosamente veste i panni di storico e con piglio appassionato cerca di convincerci che no, Shakespeare in realtà non è mai esistito e la sua non è altro che una storia di passione e vendetta. Notevole l'impatto visivo e il cast di attori, l’Inghilterra elisabettiana è descritta in modo convincente nell’incontro di luci e ombre, nebbie e albe. Il resto però è modesto e tutto sommato pretestuoso, per non dire arrogante. Il dibattito storico di cui fa accenno Emmerich all’inizio del film è in realtà assai più complesso di come la vuole raccontare. Un centinaio le teorie a riguardo del problema sulle paternità delle opere di Shakespeare, e difficilmente si troverà una soluzione univoca. Un solo punto di vista e il resto? Alla fine del film ci si sente confusi, spaesati: cosa c’entra Roland Emmerich, l'uomo dai grandi effetti speciali, con Shakespeare? Secondo questa presunta teoria del complotto, il vero autore delle tragedie e delle commedie shakespeariane sarebbe stato il Conte di Oxford e su questo assunto Emmerich costruisce la sua romanzata versione dei fatti. Il vero William Shakespeare sarebbe un attoruncolo ignorante, ubriacone e frequentatore di prostitute. Il difficile mestiere di scrittore dell’epoca emerge come un covo di serpi pronte a tutto pur di affermarsi sulle altre. Coinvolgono le sequenze delle rappresentazioni teatrali delle opere di Shakespeare con la folla in delirio. E gli incesti? Bocciato

martedì 23 settembre 2014

The Descendants di Alexander Payne. 2012

"I miei amici sono tutti convinti che – dato che abito alle Hawaii – vivo in un paradiso. Come se fossimo sempre tutti in vacanza, a bere Mai Tais ancheggiando sulla spiaggia e a tuffarci fra le onde. Ma sono matti?"
Vincitore di due Golden Globe (miglior film drammatico e miglior attore protagonista, George Clooney)il senso del film è che anche alle Hawaii le persone possono soffrire, sbagliare, tormentarsi, insomma “vivere” e, - verità sconvolgente - morire. Una versione ammodernata e patinata di Anche i ricchi piangono, praticamente. Colori autunnali, se non invernali, traffico, povertà, gente in carrozzina, sgradevolezza in ciabatte, la moglie del protagonista in coma, sgraziata e bavosa su un letto gelido d'ospedale dimesso. Paradiso? “Paradiso, un ca**o” come ci dice subito il protagonista interpretato da un George Clooney col capello fuori posto, i piedi a papera che gli impediscono di correre in modo decente e un'aria da “cagnone”bastonato. Elisabeth, la moglie, è caduta da un motoscafo ed è in fin di vita, il marito si ritrova alle prese con un’elaborazione del dolore difficile dovendo inoltre prendersi cura delle problematiche figlie adolescenti. Una caccia all'amante perchè nei numerosi non-detti di questa famiglia c'è anche un tradimento. Il marito (il bel George Clooney, ma perchè ti sei sposato??)è discendente di una principessa indigena che ha lasciato a lui e ai numerosi cugini un’eredità preziosa, ossia una delle ultime terre rimaste incontaminate. Una fetta di paradiso di cui è prevista la vendita milionaria imminente.King, della lussureggiante proprietà, è l’amministratore fiduciario, a lui spetta la decisione finale. E che deciderà? Perfetti i dialoghi e memorabili alcune scene: quando Alexandra, da tempo arrabbiata con la madre, in piscina scopre che la donna non potrà mai più riprendersi dal coma si immerge nell’acqua e urla, è una scena straziante, evocativa e molto simbolica, che da sola basterebbe a giustificare la vittoria ai Golden Globe. L'amico di una delle due figlie l'ho trovato un personaggio veramente inutile, non dà nulla al film, semmai toglie.Ottima invece la scelta del testamento biologico (preparato anzitempo dalla moglie) a quando una legge, chiara e scevra da influenze ideologico-religiose, anche qui, nel Bel Paese? Alexander Payne mi piace. Lo confesso. E mi piace anche George Clooney. Ah, che centra I discendenti con la traduzione Paradiso amaro?? Qui il nucleo centrale è proprio la famiglia: La famiglia è come una penisola, dice ad un certo punto Matt King: tante individualità collegate in qualche modo ma che non comunicano. La famiglia quindi come terreno di scontro, ma anche come unico punto di ripartenza, di ricostruzione di un futuro quanto meno accettabile malgrado tutte le difficoltà, le sofferenze e le incomprensioni che la vita di tutti i giorni può regalare. Il ritorno ad una normalità parziale che vera normalità non potrà mai essere.

mercoledì 10 settembre 2014

I fiori della guerra di Zhang Yimou. 2011

Dedicato ai tanti sacrifici delle donne Dicono che le prostitute non hanno cuore. Quindi domani facciamo qualcosa di onorabile per i nostri cuori.
Nel dicembre del 1937, durante il conflitto sino-giapponese, le truppe del Sol Levante conquistano la città di Nanchino al termine di un sanguinoso assedio. Pare questo sia uno dei film più costosi mai realizzati in Cina, anche se i veri fatti e numeri legati al massacro di Nanchino sono tuttora poco chiari e controversi, ma un plauso al regista perchè si tratta di una tragedia sconvolgente e poco conosciuta ancora purtroppo in Occidente e questo è già un buon motivo per vedere il film, che pure si limita e non la rende nella sua immensa dimensione. Christian Bale è un becchino arrivato a Nanchino nel 1937, in piena guerra sino-giapponese, per seppellire il prete cristiano di una chiesa locale. Giunto sul luogo, scopre che questo non è disabitato, ma occupato da decine di ragazze fuggite dalla crudeltà della guerra, sperando che la sacralità della dimora le salvasse dal brutale conflitto. Quando l'esercito invasore irrompe nel luogo sacro, con lo scopo di violentare le giovani, Miller sceglie di fingersi uomo di chiesa e garantire così la loro incolumità. L'arrivo di un gruppo di prostitute, anch'esse in fuga, dopo i primi contrasti, creerà un forte legame tra persone così diverse, che si troveranno a lottare insieme per una comune possibilità di salvezza. Probabilmente questo film meritava un passaggio nelle sale cinematografiche prima della distribuzione in home-video. Non è stato gradito il patteggiare spudoratamente per i cinesi? La storia questa è. Non si può mica riscrivere. C’è solo un personaggio giapponese apparentemente positivo: il colonnello che va a chiedere scusa per il tentato stupro operato dai suoi soldati. Ma non è poco, giacché l’esercito nipponico, nel massacro di Nanchino, commise stragi e atrocità ben documentate ai danni di circa mezzo milione di persone, compresi donne e bambini. Curioso aspettarsi un film più “comprensivo” da parte di un regista cinese. Pellicola rispettabilissima, onesta e di rara bellezza: le immagini all’interno della chiesa – illuminata da una grande vetrata policroma che va in frantumi per i proiettili – sono qualcosa di paradisiaco. Fantastico Bale nei panni di un falso prete (inizialmente solo per convenienza, poi per altruismo - si scoprirà il suo dramma familiare-), che “ricorda il catechismo qualche volta quando è ubriaco”, innalza una preghiera molto vera quando diventa eroe, pregando – sfumatura non scontata – per gli altri. Nel 1937, anno in cui si svolge la vicenda, la Chiesa era ancora libera; la sua effettiva messa in clandestinità a causa del Partito comunista si avrà con la creazione dell’Associazione patriottica cattolica cinese, vent’anni più tardi. Recuperatelo!

venerdì 29 agosto 2014

La fine è il mio inizio (Das Ende ist mein Anfang) di Jo Baier. 2011

"L'immagine che mi viene in mente quasi ogni giorno è quella di un monaco zen che si siede nella sua cella, prende un bel pennello, lo intinge nel mortaio dove ha sparso la china e con grande concentrazione fa un cerchio che si chiude. Ma un cerchio non fatto con il compasso. Un cerchio fatto con l'ultimo gesto della mano su questa terra. La vita si conclude... è questo il cerchio che ora io cerco di chiudere." Tiziano Terzani
La biografia di Tiziano Terzani raccontata non da un cineasta italiano, ma tedesco, italiani che invece ci propinano storie di chiunque in televisione. Nato nel 1938 in una famiglia povera della periferia di Firenze, Tiziano Terzani è stato un giornalista, pensatore e viaggiatore degli anni Sessanta e Settanta, in luoghi - come la Cina- che erano ancora più inaccessibili e lontani di come li conosciamo oggi. Il suo sguardo attento e smaliziato ha contribuito a far conoscere al pubblico italiano, ma non solo, la realtà di conflitti come la guerra del Vietnam, o di stati chiusi come la Cina che sembravano irraggiungibili e inafferrabili. La fine della sua carriera giornalistica è poi coincisa con la scoperta di un cancro, il film si concentra sulla lenta e consapevole accettazione dell’avvicinarsi inesorabile della morte e del disfacimento del suo essere corporale. Nei panni del figlio Fosco il nostro Elio Germano, difficile avere un padre come Tiziano Terzani; Fosco registra gli ultimi dialoghi col padre in un racconto che assomiglia a una confessione pronta per diventare un libro (che poi sarà il suo ultimo bestseller). Pochissime scene e tantissimi dialoghi come c'è da immaginarsi, girato nelle campagne toscane, nei veri luoghi di Terzani. Eppure, riconoscendo il coraggio e i buoni propositi di un tributo a Terzani, il film ha qualcosa che non funziona e risulta confuso e superficiale. Forse sarebbe stato meglio un documentario con inediti veri su Terzani, perché offrirne un quadro così confuso, superficiale e scollegato?Se sulla lapide di Terzani è incisa la parola “Viaggiatore”, perché relegare il tema del viaggio a qualche accenno? Perché non riproporre una struttura a capitoli come nel libro, che rende accessibile il pensiero dell’autore, ma presentare i contenuti in flusso disordinato? Scene inutili: la scena della patata bollita che lui non riesce a mangiare, il finto litigio col figlio, l’arrivo in paese in macchina e il suo fingere di dormire. Salviamo la scoperta finale di questo suo viaggio, cioè che la cura non esiste, la morte è la naturale conseguenza della nascita e bisogna quindi accettarla come tale. "Perché il morire ci deve fare così tanta paura? Ma come, è la cosa che hanno fatto tutti prima di noi!". Per udire parte della cose dette in questo film e molte altre direttamente dalla voce di Tiziano, è consigliabile la visione del film-documentario "Anam, il senzanome" di Mario Zanot, che riporta l'ultima intervista a Tiziano ormai ritiratosi ad Orsigna. "L'inizio è la mia fine e la fine è il mio inizio. Perché sono sempre più convinto che è un'illusione tipicamente occidentale che il tempo è diritto e che si va avanti, che c'è progresso. Non c'è. Il tempo non è direzionale, non va avanti, sempre avanti. Si ripete, gira intorno a sé. Il tempo è circolare. Lo vedi anche nei fatti, nella banalità dei fatti, nelle guerre che si ripetono." Tiziano Terzani

venerdì 23 agosto 2013

Shame di Steve Mcqueen. 2011

"Scopriamo un fascino nelle cose ripugnanti; ogni giorno d'un passo, col fetore delle tenebre, scendiamo verso l'Inferno, senza orrore" (I fiori del male)
Bisogno primario? Il sesso. Ed essere un musicista degli anni 60. Compulsivo: atti onanistici e carnali ripetutamente ricercati. Ma nessuno lo immagina dall'esterno. Brandon è un uomo d'affari apparentemente freddo e glaciale. Sissy, la biondissima e ipersensibile sorella minore, romperà quest'equilibrio già precario, Brandon oltrepasserà la soglia e sentirà il bisogno di trasgredire fino alla deprevazione. Vergogna come recita il titolo? Ma perchè vergognarsi? Ci disgustiamo sul serio se un uomo si masturba guardando un porno? Musica incantevole e commovente fa da cornice alla perdita apparente della dignità di Brandon del tutto asservito al suo organo genitale. I bisogni dell'anima non si controllano, l'istinto animale/darwiniano ci permette di continuare la nostra esistenza. Si chiama natura, non vergogna. Segreteria telefonica, bagno, doccia, risveglio, tutto è automatico nella vita di Brandon: i sentimenti sgorgano nelle telefonate della sorella origliate, nella lentissima New York New York di Sissy cantata in un locale. Bisogno emulativo, di chi si guarda allo specchio: Brandon ripropone l'amplesso spiato per strada. I suoi sguardi dilaniati dal dolore durante l'orgia mi hanno commossa. Hunger, il suo secondo lungometraggio, non è mai stato distribuito in Italia. Questa si che è una vergogna.

lunedì 29 luglio 2013

Una separazione di Asghar Farhadi, 2011

Due punti di vista. Un film in cui a decidere le sorti è un giudice. Fin dall'inizio, abituatevi da subito: Naader e Simin vogliono divorziare. Lei vuole garantire un futuro migliore alla loro unica figlia e vuole andare via, ma lui che non ne vuole sapere: preferisce rimanere a curare il padre malato di Alzheimer che vive con loro. Razieh, una nuova donna, portatrice di sventura entra quindi nella casa dell'uomo e della sua vita: assunta come badante.Razieh è incinta di quattro mesi, ma Nader sembra non saperlo.. Mi ha commosso il padre di Naader, mi ricorda mio padre: “Ma che differenza fa per lui se stai o te ne vai? Tanto non ti riconosce neanche più”, gli dice Simin. “Ma io riconosco lui, io lo so che lui è mio padre”. Tutto molto scenico, teatrale, con una verità intricatissima, pirandelliana: dalle mille facce indistricabili. Bellissimi i volti di intesa che spesso si scambiano le figlie delle due coppie, vittime dell'agire troppo spavaldo dei padri, troppo fragile delle madri. Pessimo il doppiaggio, se potete guardatelo in lingua originale. Bellissima la camera a mano di Farhadi, per una regia impeccabile, puntuale. Kiarostami mi aveva un po' messo in guardia dai film iraniani così lenti,in questo film di iraniano c'è ben poco, la storia è universale: borghesi contro piani bassi. Comprenderete le ragioni di tutti e li assolverete, nè vincitori, nè vinti, ognuno incassa la sua piccola sconfitta e la porta a casa. E sarà infine la giovane Termeh che cresce e diventa donna in fretta a dover emettere una sentenza che rimane muta, perchè giungeranno prima i titoli di coda.

mercoledì 3 luglio 2013

The Tree Of Life di Terrence Malick. 2011

"Mi ricordo quando sei nato. Non mi hanno lasciato venire a casa. In marina dicono che un ufficiale deve essere presente al progetto della nave ma non al varo!"
Sia per la Bibbia che per il Corano Giobbe è l'uomo giusto messo alla prova da Dio per dimostrare come non si debba giudicare l'operato divino in base ai parametri umani. Tree of life comincia con una citazione su Giobbe, il dolore dell'innocente. Brad Pitt è un padre troppo autoritario. Tre figli, uno dei quali muore.Sean Penn è il figlio maggiore ormai adulto, che ricostruisce la vicenda tra ricordi, sogni, immagini. Si signori, è un film visionario, è tutta una visione: a livello concettuale, narrativo, espositivo, visivo e anche uditivo. La storia stessa di questa famiglia della middle class americana anni Cinquanta risulta superflua, da contorno. Palma d’Oro 2011. Va in scena la lotta tra Bene e Male: la Grazia è rappresentata dalla rossa ed eterea madre dei tre giovani, da piccola le hanno detto che esiste la Natura che è violenta e vive solo per dominare, e poi c’è la Grazia che invece è la via dell’obbedienza e del sacrificio. Altalene. Vialetti lindi, bambini che giocano. Poi le tenebre, l'acqua che risucchia uno dei tre fratelli. Il padre intima loro di non fare tutto quello che lui poi invece fa, eppure quell'odiato padre è quello cui più risulta essere simile il maggiore dei figli: "Io non sono come lei, sono come te”. Lei è la Grazia, sopporta, finge di non vedere, rimane muta, gira le spalle, stende i panni. Una lunga preghiera laica, sussurrata, a fil di voce, con Natura e Grazia che si scontrano in immagini da screensaver.

martedì 2 luglio 2013

Melancholia di Lars Von Trier. 2011

La Terra è corrotta non c’è alcun bisogno di affliggersi per lei nessuno ne sentirà la mancanza.
Justine si sta sposando. Claire (Charlotte Gainsbourg), sorella della sposa, ha organizzato la festa di nozze nella sua tenuta, il marito è ricchissimo. Rancori. malumori. La sposa si allontana spesso, fugge. qualcosa non va. Lo sposo capisce e toglie il disturbo. Ha inizio la seconda parte: Justine è in uno stato di profonda depressione. Un pianeta chiamato "Melancholia" si dirige velocemente verso la Terra. Film realistico al punto da ferire, far male, Justine veicola il messaggio principale, lei che ormai si distacca completamente e suggerisce: il nostro è un mondo maligno che merita il suo destino. Lo spettro della fine del mondo diventa la metafora della patologia, la depressione, che toglie gioia di vivere, ti fa pensare che il mondo meriti la fine, perchè cattivo, vuoto, senza senso. Melanacholia è smisuratamente più grande della Terra, emana una luce blu, con la quale Justine di notte fa l'amore. Justine è in connessione con la Natura, infatti, a differenza di Claire, non teme la fine, il male, lo accetta. Eppure Claire è sposata con uno scienziato, un uomo inutile vigliacco, che muore da solo. Quando Von Trier contesta così tanto la borghesia malata, qui rapresentata da Claire e il marito, forti solo dei loro possedimenti materiali e attenti alla forma: organizzano un banchetto di nozze sfarzoso e si preoccupano di fare bella figura, mi ricorda Bunuel. Film perfetto.

giovedì 27 giugno 2013

Quando la notte di Cristina Comencini. 2011

"I figli si fanno per un uomo. Si fa tutto per un uomo."
La fischiatissima pellicola alla mostra di Venezia. La depressione post-parto sembra sia un argomento non amato. Sembra. Ma non è solo quello. Paesaggi di alta montagna, una Claudia Pandolfi con alle prese un infante dalle non ottime condizioni di salute. Filippo Timi è una guida alpina molto schiva, burbera, silenziosa ma che osserva e ascolta. Un passato con le donne molto conflittuale. Marina questa maternità non l'ha mai voluta, la subisce. L'amore è responsabilità, una responsabilità che va scelta e mai imposta sembra suggerire la Comencini, come non essere in pieno accordo con lei? Perchè questi due individui si attraggono così tanto? Molte le inadeguatezze nel film, che è vero, non convince. Timi da storpio corre, anche lui costretto e abbassato a un livello mediocre. La Pandolfi era proprio necessario cantasse? Film insalvabile. Provaci ancora Comencini. E non rivolgerti solo alle donne. Quando la noia.

giovedì 13 giugno 2013

L'amore che resta di Gus Van Sant, 2011

“Io canto ogni mattina da quando ti conosco”
Malinconia allo stato puro.Irrequietezza. Senso perenne di incompiutezza inspiegabile. Due giovani anime solinghe che cercano un motivo valido per tornare a vivere o per morire serenamente. E ci riusciranno. Restless, titolo originario, inquieto è stato del tutto (come spesso accade) deturpato nell'italiano L'amore che resta (che non c'azzecca nulla). Perchè inquieto è appunto quel ragazzo che non ha potuto partecipare al funerale di entrambi i genitori perchè in coma e per riscattarsi s'inbuca a qualsiasi funerale, per risanare quel dolore partecipando al dolore altrui, sebbene a lui estraneo. Annabel è un sorriso di vita che fa capolino tra quei riti funebri: affascinata da Darwin e dagli uccelli, ha un tumore maligno al cervello che non lascia speranze. Mentre lei disegna uccelli, ed impara a memoria i loro nomi, lui dialoga con un amico immaginario (?), il fantasma di un soldato giapponese morto kamikaze, durante la seconda Guerra Mondiale. Atmosfera dark, dolcemente lugubre, una storia drammatica raccontata senza farne un dramma. Sarete voi, infatti, a scegliere se piangere o meno, se farvi male o no. “Perché gli uccelli fluviali cantano al mattino?” – chiede Annabel ad Enoch – che le risponde: “perché sono felici“.“Io canto ogni mattina da quando ti conosco".

sabato 8 settembre 2012

Jane Eyre di Cary Fukunaga, 2011.

"Sono una macchina senza sentimenti? Credete che solo perchè sono povera, oscura semplice e piccola io non abbia nè anima nè cuore? Ho un'anima come voi e un cuore grande come il vostro e se Dio mi avesse donato bellezza e denaro, vi avrei reso difficile lasciarmi così com'è difficile per me lasciare voi. Non vi parlo attraverso le mie carni mortali, è il mio spirito che si rivolge al vostro spirito, come se avessimo visto la morte e fossimo ai piedi di Dio uguali come siamo..."
Tra tutti i riadattamenti di questo capolavoro lettereraio della scrittrice inglese Charlotte Bronte: dalla proiezione inglese con Orson Welles del lontano 1943, fino a quella del 66 di Zeffirelli, la mia preferita è questa targata 2011. Come ben sa già chi ha letto questo strepitoso romanzo occorre fare un tuffo nel perbenismo di pulsioni represse così care alle sorelle Bronte, che hanno, se pur credo non avendole mai vissute, anzi forse proprio per questo, fatto sognare fior di generazioni grazie alle loro passionali storie d'amore senza tempo. La carica passionale del romanzo era sempre stata a mio avviso trattata poco bene nelle precedenti pellicole, ora questo per me sconosciuto regista americano (di padre giapponese e madre svedese, ecco spiegato il bizzarro cognome) Cary Fukunaga ne ha accentuato piacevolmente l'atmosfera gotica di quell'Ottocento, grazie anche alla bravisisma Mia Wasikowska, l'Alice di Burton, e all'affascinante bisbetico Rochester Michael Fassbender. Il film ha degli interessanti salti temporali: la storia, infatti, comincia con Jane che nella notte con una nuova identità, fugge via disperata dalla tenuta di Thornfield Hall. Fino a raggiungere una casa di anime pie che la ospitano e le offrono le migliori cure. Un pastore St. John è il padrone della casa, che da subito rimane affasciato dallo sguardo della bella Jane. St.John vive con le sue due amorevoli sorelle, è in procinto di partire come missionario e chiede quindi Jane in moglie. Ma a Jane quella nuova vita che le si prospetta davanti, pur dignitosa e al fianco di un uomo onesto, appare impossibile. Così, nonostante gli forzi per reprimerle, le ingisutizie subite e quell'amore passionale a sprazzi vengono fuori e vengono così ricostruiti nel film motivando il perchè la ragazza non accetta la pur dignitosa proposta del pastore. Jane, come "tutte le governanti" ha una storia dolorissima alle spalle: è orfana di entrambi i genitori e viene affidata alle cure della perfida signora Reed, sorella di suo padre, ma il suo carattere forte, anche troppo per una ‘femmina' del tempo presto le alieneranno le simpatie della donna, la tipica borghese del tempo, triste e sconsolata di essere solo dedita ai figli che vede in Jane il germe del peccato. Così affida l'odiata nipote presso l'istituto di carità di Loewood, dove le bambine vengono cresciute nell'ossessivo rigore delle regole, castigate, picchiate e umiliate. Solo la dolce e pura coetanea Helen Burns le è amica, finchè non muore e Jane dopo questa perdita dolorosa temprerà ancora di più il carattere, e divenuta maggiorenne, lascerà il collegio per prendere impiego come istitutrice a Thornfield Hall. Entra qui in scena il signor Rochester, uomo irriverente e oscuro che nasconde un tetro passato. Ma che da subito si accorge della bellezza e rarità di Jane, tanto da rimanerne sin da subito folgorato, di contro la giovane non potrà fare a meno di sentirsi sempre più attratta da quell'uomo, anche se non riuscirà da subito ad accettarne il suo passato tanto tetro e doloroso. Altalenanti gli stati d'animo dell'eroina Jane e Fukunaga meglio di chiunque altro sa coglierli a pieno, vivida ed emozionante la fuga e poi la ricerca impazzata di quest'amore proibito. Ben riuscito.

domenica 12 agosto 2012

La guerra è dichiarata di Valérie Donzelli. 2011

"Ho paura che nostro figlio nasca cieco, sordo, muto, nano, di colore, omosessuale e che voti Fronte Nazionale!"
Movimento. azione. Come nel titolo: una guerra dichiarata. Tra una coppia di giovani innamorati e un tumore al cervello al loro piccolo nato. La storia personale di Valérie Donzelli raccontata con una modalità del tutto nuova e originale che quasi vi infastidirà. Una tragedia dal gusto pop che racconta la morte ma canta e balla la vita sul palcoscenico fatto di corsie d'ospedale dove correre fino a svenire. E dove una coppia innamorata finisce per deteriorarsi. Il film mette, infatti, in scena attraverso quest'atroce dramma l'immaturità sentimentale dei ventenni e trentenni, che dell'amore preferiscono il lato ludico e spensierato. E si denunciano inoltre le difficili situazioni economiche in cui ci troviamo, dove per assistere il proprio figlio malato si è costretti a vendere la casa appena acquistata. E la Donzelli usa la leggerezza, la libertà, esorcizzando i momenti più terribili di questo calvario che i genitori vivono con risate isteriche e feste con musica assordante e drink. Non si puo'impazzire di dolore, la prosecuzione della specie ci ordina di sopravvivere. Unica pecca: Troppe voci fuori campo che spiegano scene palesemente comprensibili e fuori luogo gli attori che cantano il loro amore reciproco. L'anticonformismo a tutti i costi non ci piace. Valèrie nelle vesti di regista, attrice e sceneggiatrice e il suo ex nelle vesti di attore aggiornavano costantemente una sorta di diaro di bordo sulla malattia del loro vero figlio Gabriel, anche lui nei panni di se stesso nelle ultime battute quando ormai è guarito. Da questi sfoghi di scrittura prende avvio quindi la pellicola, ed è come se i protagonisti si facessero bambini e raccontassero al loro piccolo con il suo elementare linguaggio ciò che accade: niente patimenti e lacrime, incursioni di metastasi che si aggravano come un disegno astratto colorato dal bambino. Non c'è la volontà di tirare lo spettatore nell'angoscia: il film comincia con Adam (Gabriel)ormai guarito, piuttosto dimostare che anche loro, figli di un'immatura e viziata generazione e immaturi loro stessi possano farcela, nonostante tutto. Romeo chiede a Giulietta: «Perché proprio ad Adamo doveva capitare questa malattia?». «Perché siamo in grado di superarla», è la sua risposta.

venerdì 20 aprile 2012

Vacuum di Giorgio Cugno. 2011



E'arrivato il turno dell'Italia in concorso nella terza giornata del festival del cinema europeo di Lecce. Il giovane regista torinese Giorgio Cugno con questo suo primo lungometraggio affronta il tema della depressione post-partum. Qui il regista veste anche i panni di uno dei protagonisti: è il padre di Mattia, il nascituro su cui ruota l'intera vicenda. Quasi inesistenti i dialoghi per permettere allo spettatore di permeare ed entrare quasi dentro al dramma della madre. Lunghissimi i piani di sequenza a simboleggiare questo malessere che tormenta la giovane donna. Interessante i primi piani soffocanti sul viso dell'attrice, Arianna, la telecamera le sta sempre addosso, con un crescere di fuori fuoco. Arianna comincia a vivere meccanicamente in funzione del suo bambino e il suo corpo si strania da lei diventando puro nutrimento del suo bambino. Dov'è Arianna?
Aperto il finale drammatico, si presta a varie interpretazioni. Nonostante i limiti di una produzione con un budget ridottissimo, il film è molto interessante e intimo.
Incrocio le dita e tifo per Vacuum.

giovedì 19 aprile 2012

Miss Julie di Linda Wendel. 2011


In gara nella 13 edizione del festival del cinema europeo di Lecce, Miss Julie tratto dall'omonimo romanzo di Strindberg del 1888 è ambientato nel mondo contemporaneo, ed esattamente attorno al giro di affari che ruota nel mondo del tennis. La bellissima Julie è una famosa tennista, ma è vulnerabile come ogni prima donna, in cerca di amore, di consenso.Suo padre è sull’orlo del fallimento economico quindi spera che siano le gare vinte da Julie ad aiutarlo. Ma Julie è in cerca di autenticità. Un film dal genere particolare, che definirei indie, basato solo sui dialoghi un po'nonsense dei protagonisti che ben rendono la trappola in cui si trova a vivere la giovane. Fin quando non decide di ribellarsi e di buttarsi in quella che le crede un'avventura passionale con il suo allenatore. Cerca di sentirsi viva e forse ci riuscirà.

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