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lunedì 18 settembre 2017

La nostra vita di Daniele Luchetti. 2009

"all'Italia e agli italiani che fanno di tutto per rendere l'Italia un paese migliore, nonostante la loro classe dirigente".Me le ricordo nitidamente le parole di Elio Germano alla premiazione. Questa è la storia di una tragedia familiare, tra solitudini e precariato. Quella di Claudio ed Elena, una storia fatta di grande complicità e sensualità. con cura 'pesano' i prezzi dei mobili di Ikea, in modo da riuscire a far tornare i conti mensili, e si circondano di amici e parenti che rendono il tutto una grande, proletaria e felice famiglia 'allargata'. Tra le note di Vasco Rossi, simbolo di una generazione adolescenziale e post-adolescenziale con mille problemi, si grida tutta la propria rabbia e si inneggia a una nuova rinascita. La vita continua. Soprattutto per i figli che dovranno lottare su questo mondo senza l'appoggio di una figura materna.
può una vita improntata sulla mondanità, sull'inganno, sul materialismo, riuscire a sostenere la perdita di una persona cara? Si può barattare ciò che è stato perso con la smania, d'oggi in poi, di ottenere tutto e subito dalla vita? (la stessa smania con cui Claudio attende impaziente il refrain della canzone di Vasco per poterla scagliare con veemenza contro il mondo). A rispondergli un adolescente rumeno, anche lui vittima dello stesso dolore per aver perduto una persona cara. Attuale, emozionante e bellissimo.

venerdì 23 dicembre 2016

Brotherhood – Fratellanza di Nicolo Donato. 2009

Squallido ambiente ultradestra. Lars deluso da un mancato avanzamento di carriera, decide di lasciare l'esercito per poi scoprirsi attratto dal movimento neo-nazista e da Jimmy, membro del gruppo. riprese ravvicinate di particolari fisici: mani, schiene, nuche rasate, tatuaggi, fino alla straordinaria sequenza del concerto nazirock, un magmatico groviglio di corpi maschili sudati, in cui l’aggressività diviene abbraccio, tenerezza, violenza e desiderio.
Poca introspezione, perchè un omosessuale diventa una testa rasata? La flebile spiegazione al "cuor non si comanda" non ci basta. Quanta tenerezza però nel contrasto tra Lars e Jimmy quando sono soli e la violenza del linguaggio del gruppo che nega assolutamente che un nazista possa essere gay.

giovedì 11 febbraio 2016

Diverso da Chi? di Umberto Carteni

"Mettiamolo a qualcosa di poco importante, come l'assessorato alla cultura o alla istruzione"
Siamo nel profondo Nord e Piero è un omosessuale dichiarato, convive da 14 anni con un uomo, è un attivista del movimento gay e fa parte del consiglio comunale. Per tenerlo a freno, e bilanciare politicamente il tutto con un'ala più centrista e cattolica, gli viene affiancata, come vice sindaco, l'ultra moderata e tradizionalista Adele. Tra i due c'è una totale instabilità, politica, culturale e caratteriale, pronta però a trasformarsi in clamorosa e focosa passione.

sabato 21 novembre 2015

La classe di Laurent Cantet. 2009

professore, io penso di non aver imparato nulla quest’anno: perché non capisco perchè studiamo quel che studiamo”.
Palma d'Oro al 61° Festival di Cannes (la prima francese 21 anni dopo “Sotto il sole di Satana” di Maurice Pialat), questa pellicola mette in scena la realtà del melting pot francese. Tra le mura della scuola si arriva con la propria rabbia, le proprie frustazioni, la propria storia. Ma di nessuno dei ragazzi -quasi- si sa nulla. E nemmeno dei professori. Soprattutto del protagonista, interpretato dallo stesso François Bégaudeau che ha scritto il libro da cui il film è tratto e ne ha anche scritto la sceneggiatura. François Bégaudeau recita il suo modo di insegnare, in cui ogni frase, ogni termine, ogni forma verbale è oggetto di confronto e discussione, ma in cui, in un’impostazione pedagogica ultrademocratica, Bégaudeau impone delle regole: l’alzarsi in piedi all’arrivo del professore, il dargli del lei, l’atteggiamento composto… tutte regole di disciplina necessarie per poter stabilire chiaramente, senza confusioni, i ruoli e per poter lavorare – anche se faticosamente.

venerdì 20 novembre 2015

Departures di Yojiro Takita. 2009

Si può parlare della morte senza creare inevitabilmente un'atmosfera decadente e disperata? La vicinanza con la morte e il rapporto rimosso con la figura paterna sono i temi portanti di questo gioiellino. La sequenza iniziale ci mostra il giovane Daigo Kobayashi, il protagonista, a un bivio esistenziale, a un crocevia dell'umano viaggio: alla guida di un'automobile riflette su quant'era vuota la sua vita a Tokyo, e su quella che sta conducendo adesso, in una sperduta provincia nipponica oppressa dall'inverno. Dopo aver messo da parte il violoncello, perchè la sua orchestra chiude i battenti, finisce col diventare un "thanatos-estetista", ma Daigo capita solo per ragioni economiche in quell'agenzia dal nome ambiguo: N.K. (= Nekro-Kosmesis). Per un po', riesce a nascondere la natura della sua nuova attività a Mika, l'innamoratissima mogliettina, tutti odiano e si vergognano di questo mestiere, ma perchè? Mika addirittura lo abbandona. Un film per riscoprire l'importanza dell'ultimo viaggio. Necessario.

giovedì 19 novembre 2015

About Elly di Asghar Farhadi. 2009

"Meglio un finale amaro che un'amarezza senza fine"
Quattro coppie di amici e tre bambini della middle-class iraniana decidono di passare tre giorni insieme in una casa sulla spiaggia del mar Caspio. Sepideh invita la giovane maestra dei propri figli, Elly, convinta che possa piacere al separato Ahmad, un giovane che vive in Germania, può sfruttare solo quei giorni per incontrarlo e conoscerlo. La camera a mano e le inquadrature concitate mi hanno provocato tensione e stizza, il realismo è palpabilissimo in molti punti. Tutto è giocato sul peso della verità e quello delle convenzioni della società iraniana, dei rapporti tra marito e moglie, uomo e donna, i loro equivoci nei rapporti sono tutti generati dalla loro cultura: colpe da spartirsi, detto e non detto, onore e vergogna, il decidere la cosa giusta da fare. Suona subito chiaro che la casa fatiscente, con i vetri rotti, è l’Iran nella sua attuale condizione (“Possiamo sistemarla”, dice, infatti, uno dei giovani). Elly - che vuole lasciare il fidanzato, ma scompare - è la liberazione che fallisce; d’altronde la ragazza manovra un aquilone come simbolo di emancipazione (del singolo, del popolo), così i personaggi in apertura “urlano al vento” dalle auto in corsa.

martedì 14 ottobre 2014

Die Päpstin di Sönke Wortmann. 2009

814 dopo cristo. Johanna è la figlia di un prete britannico, che ha altri due maschi, Johannes e Matthias. Il padre è un violento,tiranneggia la famiglia, costringe la moglie a una vita da schiava e picchia la figlia che si dimostra desiderosa di imparare a leggere e scrivere. "Le donne non possiedono l’abilità naturale di trarre conclusioni logiche... Le sezioni cerebrali femminili utili sono di dimensione tanto ridotta che le donne sono incapaci di comprendere idee o concetti elevati", sostiene il suo maestro presso la cattedrale di Dorstadt. A causa della morte del fratello maggiore, Johanna riesce a farsi ammettere col fratello minore nella scuola del monastero di Dorstadt. Lì viene accolta da Gerold, un gentiluomo della corte vescovile, di cui si innamora. Dopo una strage ad opera dei pirati vichinghi, fugge, si spaccia per uomo ed entra come monaco benedettino nel monastero di Fulda, dove esercita le arti mediche. La sua fama è tale che da Fulda Johanna/Johannes arriva direttamente a Roma, dove guarisce Papa Sergio e ne diventa medico personale. Alla morte di Sergio, a causa delle inimicizie tra i vescovi, viene proposta e acclamata papa dal popolo, che ignora la sua vera identità. Ma dato che ha ritrovato Gerold e ne è diventata l’amante, Johanna è incinta e non sa per quanto potrà continuare nell’inganno. Stralci di storia: quel che resta dell'impero di Carlo Magno è conteso tra i figli di Ludovico il Pio che è il suo unico erede. Una storia interessante ma che si dilunga troppo e non è all'latezza delle aspettative. Tanti i tagli nella versione italiana: la scena in cui il prete missionario presso il popolo sassone sferza la figlia sulla schiena fino a farla svenire; resta solo l'immagine del primo colpo di frusta. Non volesse il cielo che si pensasse che i cristiani usavano mezzi pedagogici violenti.Tagliata la frase in cui il priore rivolto ad un gruppo di lebbrosi pone il divieto di mangiare e bere in presenza di persone sane.Ci si augura che in futuro il regista Sönke Wortmann riesca a trovare una sua identità, senza costrizioni né esercizi di stile.

lunedì 7 aprile 2014

Precious di Lee Daniels. 2009

"Il viaggio più lungo comincia con il primo passo".
1987. Precious, preziosa. L'unica parola gentile della madre. Un padre che la violenta e le dà due figli incestuosi. Precious trascina il suo corpo enorme ad occhi chiusi, lei, pluriripetente, analfabeta, sogna di sposare un giorno il suo prof di mate. Obesa, si rifugia in sogni in cui lei è una star, si specchia vedendosi magra e bionda, proietta se stessa e la madre in una sequenza de "La Ciociara", film animato da un legame parentale opposto rispetto al loro. La madre la costringe a cucinare e ad ingurgitare tutto, l'appella col nome di "troia", la vede come la rivale che le ha rubato l'uomo, invece che difenderla dai suoi abusi sessuali. Each One Teach One è il nome dell'istituto alternativo che l'accoglie e dal quale comincia la sua rinascita. Un pugno nello stomaco, ma necessario. Magnifica la dedica finale “For Precious Girls Everywhere”.

giovedì 29 agosto 2013

Sherlock Holmes di Guy Ritchie, 2009

“Adesso abbiamo una chiara visione dell’ovvio”
Che gioiellino, un film dal ritmo impeccabile! E Holmes? Ho visto circa una ventina di film sul suo personaggio, ma mai mi ero trovata di fronte ad un attore così fisico, vero: spadaccino e violinista perfetto, un po' folle, fascinoso e solitario. Realizza tutto ciò che pensa: impeccabile la scenda di box! Fotografia gotica che rende ancora più sexy Holmes. Ci piace questa versione moderna, molto ben riuscita. Scazzottate a mani e torso nudo (ci piace), misteri, messe nere, pozioni chimiche e complotti politici. La pipa serve solo per innescare bombe, via la mantellina, aplomb britannico. Holmes è rock, maledettamente rock, meritatissimo il Golden Globe come miglior attore, seducente il doppiaggio del nostro Luca Ward. Si questa recensione è una sorte di ode al solo attore principale, ma guardando il film tutto scompare, anche Watson. Il finale aperto mi ha fatto ricordare del sequel: da recuperare.

giovedì 28 febbraio 2013

Giulia non esce la sera di Giuseppe Piccioni. 2009

"Guarda che non riesci a tirarmi giù. Nemmeno tu ci riesci". Guido scrive ed ha successo ma non ne conosce il motivo.E'un po'depresso, non dialoga con la moglie, non comprende bene la figlia, la manda in piscina senza che lei ne abbia voglia e così quell'abbonamento annuale finisce per usarlo lui. L'istruttrice è Giulia, quella che come da titolo non esce mai la sera. Ma perchè? Comprenderlo subito non è facile, tanti personaggi ambigui sono presenti nel narrato e un po'ci distolgono dal problema principe. Perchè se nessuno legge i libri di Guido, nemmeno la sua editrice, lui ha successo? Perchè nonostante questo successo a lui importi poco? E'uno scrittore anomalo: non ha studiato, non legge. Ha una figlia che si approccia al sesso e lui la osserva da un'altra casa, vive infatti da solo, in attesa che si trasferisca nella nuova casa con la sua famiglia che intanto è lì che lo attende. Ma lui non si decide e comincia a lavorare al suo nuovo libro. Giulia lo riporta alla vita. Quella vera e non fatta di episodi onirici che lui racconta e vede palesarsi poi nella sua realtà. Valeria Golino è qui ineccepibile: voce nasale, maschile e dura per un passato come il suo che la porta a nuotare sul fondo della piscina dove si osserva tutto molto meglio. Ha ucciso un uomo ma per tutta la durata del film il suo senso di colpo non viene mai fuori. Vuole solo riabbracciare la figlia che la ripudia: "assassina puttana". Le emozioni di entrambi i personaggi principali: Guido e Giulia vengono fuori in quel loro amplesso. Tutto ammaliante così come la bellissima colonna sonora dei Baustelle. Film pieno di difetti, ma così tremendamente italiano da perdonargli tutto e che sa rimanere a galla, come i suoi protagonisti! “Io so stare a galla, a fondo non ci vado”.

mercoledì 24 ottobre 2012

Viola di Mare di Donatella Maiorca. 2009

Nello stesso mare di tutti, nuota un piccolo pesce che da femmina si fa maschio per amore. Io prendo per me il suo nome. Viola di mare.”
La viola di mare è più comunemente conosciuta come “donzella”. È un pesce ermafrodita del Mediterraneo che nasce femmina e, dopo aver depositato le uova, diventa maschio. Per ogni siciliano la donzella si chiama, più comunemente, minchia di re. Questo il titolo anche del romanzo da cui il film è tratto di Giacomo Pilati, scrittore e giornalista trapanese. Una struggente Sicilia di metà 800, quella chiusa, bigotta che bada solo all'apparenza, all'onore e al rispetto. Favignana per la precisione. Dura quindi per Angela innamorarsi di Sara. Sarà costretta a diventare Angelo, tagliandosi i lunghi capelli neri e fasciandosi il seno. Il padre in fondo aveva sempre voluto un "masculo" e l’avrebbe preferita ‘puttana invece che mezzo maschio’. Angela non si piega e vincendo le iniziali resistenze di Sara, attende la passione, che scoppierà davanti ad un fuoco mentre nel paese passa una processione di sinistri incappucciati di rosso. Feti nascosti in cantina. Preti non proprio immacolati. E l'amore alla fine trionfa: "Io questi vestiti me li tengo addosso tutta la vita, se rimaniamo insieme!" Splendida Lucrezia Lante Della Rovere: il suo bacio saffico è la scena più seducente del film che certo non si risparmia in scene di nudo e amplessi. Molte, troppe le falle del film. Ma tutto viene perdonato dalla scena finale: filere di pomodori stesi al sole ad asciugare, i muri a secco e il vestito di Angela: nero, come i suoi occhi, come i suoi capelli. Come quell'estremo dolore. Le colonne sonore della Nannini non sono un po'troppo rock?

sabato 4 agosto 2012

L'uomo nero di Sergio Rubini. 2009

"Io non voglio essere come mio padre".
San Vito dei Normanni. La mia Puglia. La Puglia di Rubini. Ancora una volta nei panni di regista e attore. Un ospedale e un padre morente e al capezzale Gabriele, tornato al paese dopo anni per occuparsi del genitore, ricorda la sua infanzia: la sua famiglia e l'ossessione del padre per la pittura. Ernesto (Sergio Rubini)è un capostazione- pittore mancato ("...Mio padre non mi volle mandare al liceo artistico e guarda che vita di merda che faccio."). Non ha studiato, non ha "la carta" e quindi viene svilito dalla falsità e dal pregiudizio di certe “caste” culturali di paese che rivendicano la cultura come loro dominio esclusivo. Realizzare la copia perfetta di un Cézanne. Questo l'obiettivo principale. Quello più importante che lo porterà a smascherare chi nella vita è davvero la copia di qualcosa o qualcuno. A discapito della sua famiglia: moglie, figlio...Gabriele, infatti, odia questo padre che è solo un'ombra che incombe cattiva nella sua vita, un uomo nero e si affeziona allo zio materno che vive con loro: Pinuccio (Riccardo Scamarcio)uno scapolone che si gode la vita, ma alla fine anche lui "vittima del sistema". Influenzato dalla madre Franca (Valeria Golino), che parla nei sogni con le buonanime dei suoi genitori, Gabriele comincerà a sviluppare una fervida fantasia messa su pellicola con scene suggestive e bellissime. In un contrasto tra finzione- realtà che è la base su cui prende avvio l'intera vicenda. Le migliori, a mio avviso, le scene in museo in cui gioca con il fantasma del pittore francese Paul Cézanne, che rende questa pellicola-omaggio alla terra natale, in pò come Tornatore con Baaria, una surreale recita teatrale. Però ben riuscita.

sabato 5 maggio 2012

Hunger di Steven Hentges. 2009

Ho sbagliato Hunger ovviamente, il 5 maggio 1981 moriva Bobby Sands e quindi volevo renderle omaggio recensendo il film in suo onore. Ma già nei titoli inziali, mancando il mio amato Fassbender qualcosa cominciava a non quadrare, con fare ottimistico ho pensato ad una mia distrazione. Invece avevo proprio sbagliato. Con una ripresa quasi amatoriale, cinque individui di cui due donne e tre uomini, che apparentemente non sembrano aver nulla in comune, vengono rapiti e rinchiusi in un pozzo. Guardandosi intorno si accorgono di avere a loro disposizione solo acqua, e che con delle telecamere il loro sequestratore li ha sotto osservazione. Annota giorno per giorno tutto quello che loro fanno, la sua sembra tanto essere una macabra scoperta sui limiti umani. Un thriller davvero pessimo, ma dai risvolti antropologici che tutto sommato ti spingono ad andare avanti. Diciamo che il risultato è davvero scarso, soprattutto perchè l'unico aspetto davvero interessante di questa pellicola non viene approfondito: ovvero l'infanzia del “dottore” , il terribile incidente che noi conosciamo solo per via dicontinui flashback che ripercorrono l'episodio in cui per sopravvivere il ragazzo si nutre del braccio della madre morta. Troppa leggerezza narrativa però. Antropofagia e una sporca scena di sesso tra due componenti ridotti quasi scheletri per spiegare come una delle due donne, Anna, tenta di avere dalla sua lo pseudo leader del gruppo Luke. Ma in realtà quello che fanno è solo il gioco dello scienziato che vuole vederli sbranarsi tra di loro e trarre fuori da loro la parte più selvaggia. La bella protagonista bionda con sguardo seducentissimo Lori Heuring riesce a giungere fino alla fine e a tornare in superficie, resta solo da chiedersi: come si possono superare gli oggettivi limiti biologici per cui una persona possa sopravvivere per 30 giorni senza nutrirsi di nulla? E come si può uccidere (lo scienziato in questo caso) conficcando un osso (tondeggiante e per nulla appuntito) nel suo addome? Tutto poco credibile e brutto e tra l'altro non riuscivo nemmeno a prendere sonno, non riuscivo a far penzolare braccia o piedi fuori o sul bordo del letto per paura che qualcuno mi azzannasse.

giovedì 10 giugno 2010

Il tempo che ci rimane di Elia Suleiman. 2009


Quattro episodi che raccontano in silenzio la storia della famiglia del regista palestinese Elia Suleiman e di un popolo senza più una terra, dal 1948 (data in cui viene fondata Israele) ad oggi.
Fluire dei pensieri, tempo misto, alla Proust, alla Svevo, non c'è un ordine cronologico, nè un richiamo analogico tra un episodio e l'altro. Inquadrature secche e geometriche, ma ordinate (molto simile a Lourdes di Jessica Hausner se lo avete visto). Ed anche qui, come in Lourdes, c'è largo spazio all'ironia, anche se un po'amara: di fronte ad una casa c’è un enorme carro armato; un ragazzo esce per buttare la spazzatura; il cannone lo segue a pochi centimetri in tutti i suoi minimi spostamenti; ma il ragazzo nemmeno se ne accorge ed intrattiene anche una conversazione al cellulare. Mi è scappato un sorriso: l'emblema di un popolo che convive con l’orrore, tanto da farlo diventare la sua quotidianità. E mi ha commosso ancora di più la scena dei fuochi d’artificio: la madre del protagonista è in veranda, ma non li guarda, anzi volge lo sguardo esattamente dalla parte opposta, seduta nello stesso posto in cui il marito, defunto ormai da anni, si sedeva e toccante ancora di più il momento successivo all’ospedale, in cui la donna tiene costantemente in mano la sua foto: non c'è nulla di cui gioire, colori verso cui volgere lo sguardo. Scena bellissima!
Il resto è tutto sogno e surrealismo (che tanto mi piace): il regista salta con l’asta il muro di Gaza, per un cinema "vero"come non mai, dove sono solo le immagini a comunicare più dei pochissimi e scarni dialoghi presenti nella sceneggiatura, reale proprio perchè del tutto privo di effetti speciali, dove non c'è l'ansia del gesto e della parola, la volontà di una resa mozzafiato e sensazionale, limite della maggiora parte delle pellicole visionabili sul grande schermo.
Il conflitto israelo-palestinese è ricostruito grazie ai diari del padre Fuad, che si unì alla resistenza palestinese, e le corrispondenze della madre, substrato da cui prende vita il film, con un Elia Suleiman presente sulla scena, si autointerpreta da adulto. Un film sulla guerra, che però non la palesa, ma ne suggerisce solo l'idea, ce la sussurra piano all'orecchio, in maniera ovattata, irreale. I soldati sono una sorta di burattini dai movimenti irrigiditi e meccanici, si muovono a marcetta, e sono alquanto ottusi: i sorveglianti notturni ogni sera chiedono a Fuad e all’amico impegnati nella pesca chi sono, cosa fanno e da dove vengono, senza riuscire a intuire che si tratta sempre delle stesse persone. Questa sorta di caricatura è riservata anche agli arabi israeliani, ovvero i palestinesi rimasti in patria e privati della loro nazionalità: il vicino di casa che a giorni alterni minaccia di darsi fuoco col kerosene, la zia Olga che dice di aver visto in tv accanto a importanti personalità politiche i suoi parenti, i genitori preda dei soliti gesti e delle solite frasi: la madre lava meccanicamente i piatti e il padre dopo pranzo guarda la tv, Elia da piccolo è del tutto spento, cammina sempre a testa bassa, non parla, ha sempre la stessa espressione ebete e getta le lenticche della zia nell'immondizia, passando poi il piatto alla madre che prontamente lo lava. Straniamento, alienazione, dei palestinesi privati della loro individualità, personalità, delle loro emozioni, senza più un'anima. Tutto questo è reso magnificamente dalle ineccepibili inquadrature: i protagonisti spesso sono lasciati fuori quadro, quasi non ci fossero, come se l'aspetto umano non fosse il protagonista della storia, ma solo un contorno: quando Fuad innaffia le sue piante in giardino, sono loro le protagoniste, le uniche ad avere mantenuto qualche velleità esistenziale. Nel campo visivo solo gli oggetti, il cibo, la natura, il plaisir de vivre che non appartiene più alla famiglia di Elia.
Con un claustrofobico viaggio in taxi arriverete in Terra Santa, a Nazaret, vi imbatterete in un costruttore d'armi, padre di Elia, volto della dignità, della resistenza all'aggressione sionista, la schiena dritta che non si piegherà neanche con le bastonate, e il viaggio coninuerà attraverso il suo alterego, Elia stesso, attraverserete la sua infanzia, adolescenza e ritornerete poi in patria, con un senso di sconfitta, incredulità, e rassegnazione innanzi a un muro invalicabile. Ma non dimenticate: avete un'asta per saltare, basta solo prendere la rincorsa e spiccare il volo!

domenica 23 maggio 2010

Copia conforme. Abbas Kiarostami. 2009

Girato interamente in Italia e precisamente in Toscana: tra Arezzo e San Gimignano, il film ha per protagonista James, uno scrittore inglese che va in Italia a presentare il suo nuovo ultimo libro: Copia conforme, sulla relazione tra l’originale e l’arte. Qui James incontra una donna di origini francesi, gallerista. Per gioco la donna comincia a far finta di essere sua moglie ma dopo un po'si faticherà a distinguere il vero da falso. Sotto il cocente sole toscano gli ulivi non riparano e si brucia di noia: per un po' stai al gioco dei protagonisti e ti chiedi se il loro sia una trovarsi o un ri-trovarsi, ma il gioco è bello se dura poco e qui si tira troppo la corda.
Ora capisco come mai la faccina delicata di Juliette Binoche (la cooprotagonista) è stata “riammessa” SOLO per mancanza di “meglio” tra i poster di Cannes 63. Un'ora e quarantasei minuti di dialoghi non-sense ininterrotti, lacrimucce, domande sciocche e risposte futili, scazza!
E'vero che le "copie" concettualmente hanno poco di originale, ma qui il ritmo è pedante e lo si legge anche nell'andamento di James, che si trascina annoiato tra i viali di Lucignano, spettinato, con la barba incolta e con i vestiti spiegazzati (un incrocio tra Mourinho e Mr. Bean).
Avrei rivoluto indietro i soldi del biglietto e ora la chiudo qui perchè scatta lo sbadiglio anche a scrivere.

domenica 25 aprile 2010

Agora. Alejandro Amenábar. 2009. Il sapere è donna

Quarto secolo d.C. in Alessandria d’Egitto all’epoca dell’Impero Romano. E' la storia della filosofa-matematica-astronoma Ipazia, massima espressione di una libertà di pensiero che non si rivedrà più fino all’epoca moderna. Tra i suoi discepoli, due uomini sperano di conquistarla: l’arguto e benestante Oreste, poi docile Prefetto del’Impero; e Davus, schiavo affrancato, in bilico tra il suo amore segreto e la libertà promessa dalla frangia fanatica dei soldati di Cristo: i monaci parabalani. Ipazia invece crede solo nella filososia, nel sapere, nella conoscenza a cui si arriva solo tramite l'esperienza del proprio cervello, tra i due contendenti, ad avere la meglio sarà proprio la sua libertà di pensiero. Che però le costerà cara: sceglie la morte, ma non rinnega la ragione in nome di un credo che non le appartiene.
Il sapere è donna, Ipazia simbolo del raziocinio, che invece sembra non sfiorare neppure l'uomo, dedito alla potenza, a pseudo credo. L'amore non sboccerà mai nel cuore della protagonista, se non quello per la sete di conoscenza, il culto dello studio e della scienza. L'ateismo è un diritto e Ipazia sa rivendicarlo.
Ma non credo che Agora sia stato messo all'indice in quanto portavoce di messaggi laici e filoatei, quanto per la rappresentazione storica dei cattolici: i seguaci di Cristo non sono i perseguitati (come spesso vien fatto credere), ma al contrario sono coloro che soffocano (con ogni mezzo) l'oppositore. Cirillo vescovo, passato alla storia come un martire, è, invece, il "capobanda" di una marmaglia di sanguinari combattenti, desideroso solo di piegare Roma al suo cospetto. Una condanna nei confronti del fondamentalismo e non della religione cattolica, con un forte messaggio di tolleranza alla base e se ne fa portavoce la bella Ipazia: considera uguali, a prescindere dal credo che professano, i suoi discepoli. Una sorta di Socrate o di Gesù in gonnella, poi il suo nome è praticamente scomparso (non quello del suo uccisore, che fu fatto santo), e assieme a lei la sapienza della civiltà Alessandrina. Dei suoi scritti non è rimasto niente; invece sono rimaste le lettere di Sinesio che la consultava a proposito della costruzione di un astrolabio e un idroscopio. Il fondamentalismo non è morto. Ancora oggi si uccide e ci si fa uccidere in nome dell'oscurantismo: in America si proibisce di insegnare nelle scuole la teoria dell’evoluzione di Darwin e si impone l’insegnamento del creazionismo. E miss Gelmini, la paladina della d'Istruzione ci mette del suo. Come nel caso di Ipazia, per legittimare quello che la matrigna Chiesa cattolica dice e fa.
Grazie Ipazia!

domenica 4 aprile 2010

Le petit Nicolas. Laurent Tirard. 2010. Un tuffo nell'infanzia

Una Francia anni Cinquanta, ma fuori dal tempo: senza criminalità, cattiveria, ovattata, quasi irreale, sospesa, è il periodo dell'infanzia di ciascuno. Una fiaba che si pone al limite tra i protagonisti del libro Cuore e le piccole canaglie. Una band di bambini under dieci, con a capo Nicolas: Alceste, Rufus, Clotaire, Eudes, Agnan, Geoffroy e Joachim, ognuno lo stereotipo di un preciso carattere. C'è il somaro che si addormenta in classe e che passa il resto delle ore in castigo all'angolo, il grassoccio sempre dedito al cibo, il secchione spione con tanto di occhialoni a seguito.
Tutto ha inizio quando Nicolas ripensa al tema scolastico “Che cosa farò da grande" (si, quegli stupidi temi, fatti apposta per mandare in crisi un bambino. Un bambino vuole essere e vivere la sua vita da bambino, non pensa al futuro, perchè costringerlo? "Quello che posso dire è che la mia vita è bellissima e non voglio che cambi")e su questa domanda la mente del protagonista comincia a pensare e a dipanare punto per punto quello che da lì a breve accadrà. Lo stile narrativo utilizza proprio il punto di vista di Nicolas, viso tondo e occhioni celesti: "Mi chiamo Nicolas. Ho due genitori che mi vogliono bene, un gruppo di amici fantastici con cui mi diverto tantissimo", e tutto il mondo è guardato con gli occhi dei ragazzi. Infatti, i momenti meno riusciti del film sono proprio quelli dedicati al mondo degli adulti: in primis i preparativi per la cena con il capo e la cena stessa. Le scene più esilaranti, invece, proprio quelle dei bambini. L'innocenza di Nicolas è interrotta quando, ascoltando i genitori, pensa stia per arrivare un fratellino e quindi di venire abbandonato nel bosco proprio come accadde a Pollicino. Con l'aiuto della gang di amici organizza divertenti escamotage per liberarsi quindi dell'ipotetico pargolo. Paranoica ai limiti dell' insopportabile la madre di Nicolas: casalinga che tenta di risollevare le sorti lavorative del marito che attende una promozione. Ogni donna al pensiero di doversi confrontare con un'altra donna va in crisi, subiamo la sindrome d'inferiorità e sfoggiamo nozioni di letteratura scandinava. (???)Da provare!
Un tuffo nell'infanzia: nelle scenette svolte a scuola, nelle problematiche familiari è facile ritrovare i piccoli e grandi drammi che ciascuno di noi ha vissuto. Monellerie, risate, relax e divertimento. Nessuna morale. E Nicolas, alla fine, capirà cosa fare da grande. E se, anche voi, avrete riso tanto durante il film, concorderete con la sua scelta.

giovedì 25 marzo 2010

Fuori controllo. Martin Campbell. 2010

Il film inizia con l'inquadratura di tre cadaveri che emergono dalle acque del Massachusetts. Poi la scena si sposta: un padre va a prendere la figlia in aeroporto, ma lei sta male, vomita continuamente. Anche in casa. Ad un certo punto chiede di essere accompagnata in ospedale, ha delle cose da raccontare al padre. Ma appena varcata la soglia di casa, un killer la uccide brutalmente, davanti agli occhi dell'attonito padre, "fuori controllo". La pellicola è interamente incentrata sul capirne il perchè. Il padre è Mel Gibson, il detective Tommy Craven, vedovo e reduce di guerra. Da tutti creduto il vero bersaglio dell'omicidio. In realtà Emma, la figlia, ha una doppia vita con profonde implicazioni politiche e segreti di stato da tutelare. A costo della vita. I sospetti del padre acquistano fondamento quando trova nello zaino di Emma una pistola. A cosa serve una pistola ad una stagista di ventiquattro anni? Padre e figlia non hanno un gran rapporto. L'occasione perfetta per ricucire i buchi palpabili di questa loro relazione, sembrava essere proprio questo inaspettato ritorno della ragazza a casa, apparentemente per far visita al padre. Ma non sarà così. "Bisogna decidere se vuoi essere quello che pende dalla croce o quello che inchioda"
La sceneggiatura e'banale: un padre vendica l'assassinio della figlia e indaga il suo quotidiano, accorgendosi di sapere poco della sua bambina: e'un ingegnere nucleare, ha il ragazzo. E'una donna. Una serie di coincidenze e di strani decessi lo condurranno alla multinazionale Northmoor dove Emma lavorava come ricercatrice. Ma che ruolo ha, in realtà, questa multinazionale ed Emma di cosa si occupa? Sarà vendetta. Ma non solo action e poliziesco. Sarebbe una rottura di scatole micidiale. Ogni tanto qualche saggia nota di thriller politico, che rende il tutto meno pesante. Le carte si svelano lentamente tra le rughe di Gibson ed i suoi capelli bianchi, uomo che accetta l'incedere del tempo e non si lascia tentare dai bisturi e dalle tinturine per capelli. (Apprezziamo, apprezziamo!) Sulla sua strada trova un ambiguo agente governativo, inviato per ripulire le prove ("il mio compito è non far collegare A con B"), ma che, alla fine, si addentra in un malcelato doppio gioco: non lo fa fuori e non elimina le prove.

Un finale retorico, alla The city of Angels. Muoiono tutti, i cattivi son puniti e i buoni vanno in cielo. Amen. "Viviamo per un po' e moriamo prima di quanto crediamo".

domenica 14 marzo 2010

Mine vaganti. Ferzan Ozpetek. 2010

Numerosa e stravagante famiglia leccese: i Cantone. Gli occhi blu di Riccardo Scamarcio. Mine vaganti che entrano nei panni di Tommaso, in fuga da Lecce, perchè in cerca di libertà e indipendenza. Si trasferisce a Roma, nascondendo ai genitori il reale indirizzo di studi universitari (lo credono un commercialista), Tommaso, invece, si è laureato in Lettere, (ottima la scelta). Non vuole dar di conto, ma fare lo scrittore. Il padre, Vincenzo (Ennio Fantastichini) è il tipico uomo del sud, proprietario di un pastificio, orgoglioso dei suoi due figli maschi. Come confessargli quindi, la propria omosessualità?L'occasione si fa ghiotta: l’espletamento di alcune pratiche notarili per l’ingresso di un nuovo socio nell’azienda di famiglia portata avanti dal fratello Antonio (Alessandro Preziosi), si offre come la scusa adatta per tornare a Lecce e confessare tutto, magari seduto a tavola davanti a tutto il parentato. Confessa il suo intento ad Antonio, anch’egli all’oscuro che il fratello fosse gay, ma durante una cena con tanto di ospiti importanti, mentre Tommaso finalmente prende coraggio per fare la sua rivelazione... Colpo di scena: Antonio lo anticipa. Sono due gli omosessuali in famiglia. Antonio, disonore della famiglia è messo alla porta e il padre per la concitazione del momento ha un infarto e finisce in ospedale. Ha così inizio, quindi, la pantomima di Tommaso, che per evitare il colpo di grazia al padre, si mette a capo dell'azienda di famiglia. Intensità tagliente e corale, tanto da rimanerne spiazzati. Con sacrificio ognuno racconta e mette in scena i suoi drammi. E va oltre, molto oltre. Da sfondo un grande triangolo d’amore durato fino alla morte. Memorabile Ilaria Occhini, nonnina chic e sprint, sobria anticonformista, che si muove come una danzatrice classica tra pennellate surreali e oniriche di un barocco che, schivo, la osserva. Volteggia sulle punte tra presente e passato, intrecciandoli e allo stesso tempo dipanando e districandone i nodi. (Echi felliniani di estrema eleganza). Una bellissima Lecce da cartolina. Ulivi contorti. Pasticciotti. Il mare gallipolino. Sanguigni e incatenanti topos: "questo non si dice, questo non si fa". Cliche'. Sembrerebbe un film banale, scontato. Ma non lo e'. Lo definirei giocato su un falso: "Ho già capito tutto". Anticonformista. Anticonvenzionale. Rappresentativa in tal senso una delle scene più eloquenti del film: la bellissima cena di Tommaso e Alba (affascinantissima Nicole Grimaudo, personaggio enigmatico, ma che rimane in ombra), a base di tramezzini. Mandati giù a suon di sguardi. Senza parole, con sottofondo di Pensiero stupendo di Patty Pravo. Un'amore che non nasce, non sboccia. Fortissima la valenza data al cibo. I dolci di ogni forma e colore accompagnano anche la morte della nonna. Se ne abbuffa fino a morirne, riappropriandosi di quei piaceri che le sono stati a lungo, per tutta una vita, negati.
Un’aria turca su cui tutti danzano chiude questo suggestivo film. Gli opposti si riconciliano e danzano abbracciati. I vivi con i morti. Il presente con il passato. La realtà con i sogni.

"Sei felice?" - chiede la sorella a Tommaso. Alla fine solo questo conta.

lunedì 8 marzo 2010

Shutter Island. Martin Scorsese. 2010 "La mente è un'isola in balia di quello che non vogliamo accettare"

1954. Piena guerra fredda. Scompare una paziente Rachel Solando da un manicomio criminale su un’isola, colpevole di aver annegato tutti e tre i propri figli durante una crisi maniaco-depressiva. L'istituto si chiama Ashecliffe e si trova su un isolotto al largo di Boston, denominato Shutter Island. Un complesso diviso in tre ale principali con un misterioso e apparentemente inutilizzato faro. L'unico modo per giungere (ed andarsene) dall'isola è un malandato traghetto, che trasporta inoltre i beni di prima necessità per i detenuti isolani.
Due agenti federali Teddy Daniels (Leonardo DiCaprio) e il compagno Chuck partono per seguirne le indagini. Un uragano travolge l’isola, isolandoli dal resto del mondo e rendendo l'atmosfera inquietante e da incubo. A guidarli nelle loro ricerche un biglietto trovato sotto una mattonella nella stanza della scomparsa: “Chi è il paziente 67?”
Hanno da qui inizio una serie di strani sogni e allucinazioni che hanno per protagonista la defunta consorte di Daniels. Tutto comincia a diventare "strano", molto strano. Un fantastico Thriller psicologico, con colpi di scena e una trama ingarbugliatissima che si dipana psicologicamente mettendo a nudo incubi, paure e l'immaginazione dei protagonisti, annodandoli alla realtà, dalla quale si fatica poi a distinguerli. Confusione totale fino alla fine: falsi indizi, presunti colpevoli e verità. E la mente malata a creare o stiamo assistendo alla reale messa in scena? Scorsese in realtà, non svela mai, ma suggerisce, tende la mano per non far ammattire lo spettatore. Lentamente e senza accorgervene scenderete i meandri di una mente folle e allucinata e con un certo fascino ad un certo punto vi renderete conto che il vostro punto di vista è in quello di un matto. Avrei esagerato di piu', scardinando meno, c'è un surplus informativo nella prima parte del film che evita di arrivare alla pazzia totale da parte di chi guarda, lo capisci che devi "staccare" o finirai per strapparti i capelli anche tu. Non avrei dato questo sentore. Unico appiglio critico per un film, che è, a mio avviso, un vero Capolavoro nel suo genere. I flashback/allucinazioni di DiCaprio, infatti, svelano troppo e la meravigliosa seconda parte del film è pura follia, ma con poco da scoprire, del protagonista abbiamo capito abbastanza. Un viaggio nell'impervio territorio della mente umana: il piromane assassino dalla faccia deturpata che ha ucciso la moglie di Teddy esiste davvero o è solamente una partita a scacchi giocata con la propria mente malata? Mentre cercate una risposta, il quadro d'improvviso diventa nero. E lentamente salgono i titoli di coda.

Non ci sono opere, ci sono solo autori, diceva quel gran genio del Truffaut. I buoni film sono quelli che dopo ti fanno arrovellare, che ti fanno sentire protagonista, che ti pungolano. Shutter Island, in tal senso, è un buon film, che meriterebbe, forse, più frequentazioni, non svela di certo tutti i suoi segreti alla prima visione: difficile comprendere i meccanismi mentali che scatenano la follia dei protagoniosti, il concetto di violenza nazista che è alla base del film come forza motrice e presupposto inevitabile di ogni civiltà. Il "senso di colpa”, sentimento alla base di moltissime psico-patologie, redaggio spesso di educazioni rigide e di stampo cattolico. Cio'che la mente per autocurarsi rimuove, ma non cancella mai del tutto: gli orrori post Seconda Guerra Mondiale e gli echi anti-comunisti. L’isola di Ashcliffe non esiste è solo quindi una metafora della mente del protagonista, disturbata e allucinata. La maggior parte del film è il frutto della proiezione di una mente malata, l'isola che imprigiona i personaggi ( e noi con loro), inaccessibile e senza vie di fuga ("Chi arriva sull'isola non ne va più via") è solo la trappola di una mente schizofrenica e ossessiva. Simbolici anche la pioggia e gli uragani, sempre relativi alla mente malata, che se sedata e sottoposta a cure si rigenera e più il superlativo Leonardio DiCaprio cerca di arrivare alla verità, più gli eventi apocalittici aumentano. La mente che si autocura non vuole mai arrivare a possedere quella realtà mostruosa che cerca di eliminare. L'attenzione si focalizza sulla mente del pazzo, su cosa lo conduce alla pazzia. Accenni alle torture fisiche e psicologiche cui spesso vengono sottoposti e una rivalutazione di quella che a quel tempo ( e forse ancora oggi) era la figura del folle: nonostante il loro stato sembrano sempre saperne più di quanto uno scaltro marshal federale possa mai scoprire e immaginare. Forse anche per via dei suoi di traumi.

Signori buona visione e buona permanenza su Shutter Island. Ma prima della partenza allacciate le cinture.

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