“Mi accorgevo di avere la pelle d’oca. Senza una ragione, dato che non avevo freddo. Era forse passato un fantasma su di noi? No, era stata la poesia. Una scintilla si era staccata dal poeta e mi aveva dato una scossa gelida. Avevo voglia di piangere; mi sentivo molto strana.Avevo scoperto un nuovo modo di essere felice.” (Sylvia Plath)
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mercoledì 25 ottobre 2017
Only God Forgives di Nicolas Winding Refn. 2013
Tema centrale: il conflitto intrapsichico.
Membro di una potente famiglia criminale, Julian gestisce un club di pugilato in Thailandia, come copertura per il traffico di droga.
Il fratello maggiore Billy uccide brutalmente una prostituta e le autorità si rivolgono ad un poliziotto in pensione, Chang,il punitore. La punizione per Billy è la morte. Intanto – per recuperare il corpo del figlio - arriva a Bangkok Crystal, madre di Julian e Billy e capo di una potente organizzazione criminale. La donna ha un'importanza centrale: Julian ne è così morbosamente legato da aver ucciso, in passato, suo padre.
Chang entra in scena assumendo su di sé i connotati paterni: la sua arma punitiva è la katana, spada che sfodera magicamente dalla schiena e con la quale, oltre ad amputare arti, squartare toraci e trafiggere gole, perseguita fantomaticamente Julian abitando i suoi luoghi allucinatori ancor prima che i due s’incontrino effettivamente.
Julian sventra il corpo morto della madre, la penetra manualmente. Del resto le mani di Julian, caricatesi eroticamente in concomitanza con l’omicidio della giovane prostituta,sono le sue appendici libidinali, ma al tempo stesso oggettivano lo sbarramento alla titolarità fallica: il godimento di una sessualità piena è letteralmente ostruito, schermato dalla mancanza della castrazione simbolica, Julian avvicina la mano al sesso di Mai attraversando una tenda di perline. E alla fine avverrà la castrazione, quando Chan gli amputerà le mani con uno stacco di nero. Cioè l’amputazione avviene nell’inconscio di Julian, lacerando la perversione primaria con l’introduzione della dimensione dell’impossibile/irrappresentabile: lui non può godere davvero perchè non può possedere la madre e ciò genera traumaticamente la possibilità stessa del desiderio.
Si, questa recensione è lunga e noiosa. Il film però necessità di questa lettura o verrà frettolosamente bollato come una "schifezza"
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noir edipico,
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martedì 26 settembre 2017
L'ultima ruota del carro di Giovanni Veronesi. 2013
Quando Veronesi ha deciso di abbandonare i film commerciali di DeLaurentis ha fatto la scelta giusta.In "L'ultima ruota del carro" si è affidato alla Fandango di Domenico Procacci, il più delle volte sinonimo di qualità, e alla Warner Bros, non solo in ambito distributivo ma anche partner produttivo.
Il prodotto risulta, a mio avviso, troppo "televisivo", alto, ma pur sempre televisivo.
La storia è quella del suo autista: Ernesto, nel cuore di una Roma santa e un po' puttana, politicamente corrotta e calcisticamente esaltata dalle prodezze sulla fascia di Bruno Conti.
Affidatosi alle verità sviscerate dal 'vero' Ernesto, Veronesi ha provato a ripercorrere un pezzo di storia recente del nostro Paese: dai brigatisti anni 70 devastati dal ritrovamento di Aldo Moro passando per il mondiale del 1982, la Tangentopoli di inizio anni 90 e la discesa in campo del Cavaliere nel 1994 con Forza Italia, fino agli anni della crisi di questi giorni.
Ok, la storia è banale, ma è tutto molto semplice e umano. E a volte, va bene così.
mercoledì 1 marzo 2017
Oculus - Il riflesso del male di Mike Flanagan. 2013
Tim viene dimesso da un manicomio criminale, dove era recluso per l’omicidio del padre. La sorella Kaylie vuole dimostrare la sua innocenza, provando che un antico specchio con poteri paranormali porta chi lo possiede alla follia e all’omicidio.
Lo specchio verrà osservato da delle telecamere, come se un altro sguardo inorganico potesse disinnescarne e rivelarne la malvagità. L’idea buona potrebbe essere che i figli, in realtà, siano stati loro, in qualche modo, a compiere il massacro, e sublimano ogni cosa incolpando lo specchio delle loro azioni. Lo spettatore quindi rimarrebbe con il fiato sospeso a vedere questi due che si dannano per dimostrare una cosa, per poi alla fine scoprire che la colpa è solo loro. Ma invece, no. Il finale è deludentissimo.
Il piano di Karen consiste nel preparare un marchingegno temporizzato che fa calare una pesantissima ancora sullo specchio se non viene resettato ogni ora. In pratica se lei muore lo specchio si “suicida”.
Alla fine del film, il fratello, credendo Karen salva, fa calare l’ancora. In realtà Karen è di fronte allo specchio e viene uccisa salvando lo specchio.Il fratello di Karen viene portato via dalla polizia perché accusato dell’omicidio della sorella e vede le anime dei genitori e di Karen dietro una finestra della casa in cui stanno.
L'unica scena degna di nota è quando Karen morde una lampadina e la mastica, il resto del film è composto da flash back che poi vanno a mischiarsi con gli eventi contemporanei per svelare un mistero che non esiste, essendo palesato fin da subito.Non guardo horror, ma non ne guarderò più.
venerdì 12 agosto 2016
The Counselor - Il procuratore di Ridley Scott. 2013
“Io amo le donne intelligenti, ma sono un hobby costoso”
A Juarez. desolata località al confine col Messico tra pick-up e moto in preda ad eccessi di velocità, tra le lenzuola del procuratore del titolo di cui non sapremo mai il nome, Michael Fassbender intrecciato alle sinuose curve di Penelope Cruz, le pratica un cunnilingus (invidia pura)
Il suo problema principale è però la liquidità e l’impossibilità di mantenere il suo stile da viveur a cui è abituato. L’occasione giusta si presenta sotto forma di un unico, redditizio affare con il Cartello messicano.
Il film sembra suggerire che questo tipi di compromessi sono innati negli uomini. Anche l’amore più puro, così come il diamante scevro da imperfezioni, è pura utopia in questo universo immorale e si declina piuttosto in una ossessione per il sesso ampiamente distorta.
Memorabile la scena che mi ha eccitata tantissimo: una perfetta controfigura di Cameron Diaz, in tenuta leopardata, usa il parabrezza di una gialla Ferrari, strusciandosi smutandata e depilata di fronte all’attonito Bardem nell’abitacolo.
sabato 13 febbraio 2016
Moebius di Kim Ki-duk. 2013
In scena il sanguinoso e muto triangolo Madre-Padre-Figlio. Camera a mano e stacchi netti e l'ombra dell'operatore che entra talvolta nell'inquadratura traballante.
Sgradevole sensazione (voluta) di un film improvvisato, tecnicamente trascurato, un po' buttato lì, come viene, viene.
Tutto si chiude con un riferimento al buddismo, che sembra sposare una soluzione ascetica allo scatenarsi della follia indotta dalle perversioni sessuali.E’ la traccia fantasma del disco/filmografia, quella che spaventa, piena di distorsioni e sferragliamenti, senza sovrincisioni in studio, la versione raw and uncut che pochi vogliono ascoltare (vedere).
sabato 12 dicembre 2015
The Lunchbox di Ritesh Batra. 2014
Ogni mattina a Mumbai 5 mila fattorini consegnano i cestini del pranzo che le mogli preparano per i mariti al lavoro. Spesso analfabeti, i fattorini sono efficienti e riescono a muoversi nei labirinti della città grazie a un complesso sistema di codifica fatto di colori e simboli.
Ila è una casalinga che, con le sue ricette, spera di ridare vitalità al proprio matrimonio. Saajan, invece, è un modesto impiegato alle soglie ormai della pensione, che si vede recapitare per sbaglio il cestino per il pranzo che Ila ha amorevolmente preparato per il marito. Insospettita dalla mancata reazione del consorte, Ila infila nella pietanziera un biglietto.. comincia un fitto scambio epistolare.
Saajan va in pensione e parte per il Buthan, a lui subentra Shaikh – quel giovane impertinente e fastidioso che tanto lo aveva turbato ma al quale si era affezionato tanto da fagli da testimone di nozze.
E ancora un gioco di specchi: Saajan fa a ritroso il viaggio dei lunchbox per trovare Ila; Ila fa il viaggio dei lunchbox raggiungendolo sul posto di lavoro. Ma i loro destini non devono incontrarsi, forse continueranno ad inseguirsi nella via per il Buthan.
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venerdì 23 ottobre 2015
Prisoners di Denis Villeneuve. 2013
“I bambini rapiti da più di una settimana hanno la metà delle probabilità di essere ritrovati e dopo un mese, quasi nessuno di loro viene ritrovato vivo. Perciò perdonami se faccio quello che posso"
Un freddo e nuvoloso Giorno del Ringraziamento in un modesto sobborgo della Pennsylvania due bambini scompaiono nel nulla. Forse quindi le prigioniere del titolo sono loro?
O il prigioniero è forse il ragazzo del camper, principale sospettato, che uno dei padri sequestra e tortura fino a che non avrà le risposte che cerca?O forse il prigioniero è proprio il buon padre di famiglia, prigioniero dei suoi istinti e della sua disperazione. I prigionieri siamo tutti, ci suggerisce Denis Villeneuve. Siamo prigionieri del nostro lato oscuro, delle nostre paure e di noi stessi.
Nell'ultima inquadratura, un primo piano attonito di Jake Gyllenhaal entra in relazione con un suono proveniente dal fuoricampo, da un anfratto che solo lo spettatore conosce. Un suono articolato per mezzo di uno strumento più volte evocato in precedenza. Può essere la salvezza che lo spettatore, per il gioco identificativo operato, auspica ardentemente. Il detective sente il suono, ma ne percepisce la reale natura?
Impeccabile la chiosa. Chapeau.
martedì 21 luglio 2015
Dallas Buyers Club di Jean-Marc Vallée. 2013
"Mi sta dicendo che valgo quanto un cavallo destinato a diventare cibo per cani?"
Texas anni 80. Ammalarsi di AIDS era equiparato ad aver compiuto un efferato crimine. Intolloranza, pregiudizi, omofobia. Il protagonista e vittima è Ron, cowboy di Dallas, normale finchè dedito a rodeo e belle donne. Poi scopre che, invece, di avere migliaia di linfociti, ne ha solo nove.
Sarà un viaggio all'interno delle case farmaceutiche per scoprire come poter andare oltre "quei 30 giorni" diagnosticatogli, scoprendo che il business viene prima della salute. L'Azt è il farmaco "legale" usato per sconfiggere il male, che si scoprirà in realtà essere nocivo, solo in Messico vertà poi curato con medicinali non approvati dall'FDA decidendo di contrabbandare questi farmaci non autorizzati. Crea il Buyers Club da cui il titolo, 400 dollari di quota associativa e si riceve la merce.
Grazie a Rayan, l'amico transessuale, Ron esce dal tunnel dell'omofobia.
A onor del vero, dopo aver effettuato delle ricerche innescate dalla voglia di comprendere meglio post-film, ho letto che in realtà il contestato farmaco AZT è molto utile contro l'AIDS, mentre molti dei farmaci importati da Woodroof no. Ci sono delle interviste on line di Woodroof, l'uomo realmente ammalato di AIDS, a cui il film si ispira, non prese mai parte ad un rodeo, era solo un appassionato, qui Ron cavalca i tori, forse per simboleggiare quanto solo un uomo così ostinato potesse fronteggiare, "prendere per le corna" una malattia così devastante. Sui gusti sessuali veri ho letto, invece, pareri dissonanti: chi lo definisce omofobo, la moglie, invece, dichiara che fosse bisessuale, la dottoressa che lo curava che si dichiarasse gay. Di sicuro anche Woodroof venne abbandonato dagli amici quando si seppe che era sieropositivo, aveva, inoltre, una ex moglie, figlia e sorella non inserite nella sceneggiatura. Woodroof, che fino a prima di ammalarsi era convinto che l’AIDS fosse una malattia associata solo a gay e tossicodipendenti, scopre che può essere trasmessa anche con rapporti non protetti e si ricorda di aver fatto sesso con una ragazza che aveva dei buchi sulle braccia.
Rayon è un perosnaggio inventato, ma è necessario per far capire come Ron cambi atteggiamento nei confronti dei gay. Woodroof fece causa contro il divieto ma, com’è mostrato nel film, la perse: il giudice Charles Legge disse di essere personalmente d’accordo con le sue ragioni, ma che non trovavano giustificazione nelle norme vigenti.
lunedì 20 luglio 2015
The Wolf of Wall Street di Martin Scorsese. 2014
"Mi chiamo Jordan Belfort. L'anno in cui ho compiuto 26 anni ho guadagnato 49 milioni di dollari, il che mi ha datto molto incazzare, perchè con altri 3 sarei arrivato a un milione a settimana"
Il gotico Shutter Island del 2010mi aveva letteralmente conquistata. Insomma Martin Scorsese è un fuoriclasse e non si discute. Eppure questo film non merita di essere visto. Il film è tratto dalla storia vera di Jordan Belfort che lui stesso ha raccontato in un libro. Ogni lupo che si rispetti deve vivere in branco e Belfort se ne è costruito uno fatto di suoi vecchi amici. Non gangster, qui siamo però nel mondo della finanza.La sceneggiatura convince, è perfetta: Belfort racconta al passato ricostruendoci la vicenda volgare e patetica
Soldi, sesso e stupefacenti. Questo film ha tutti gli ingredienti per essere definito una classica americanata, regola delle tre esse compresa."Fuck" viene ripetuto un milione e mezzo di volte, anche senza motivo.Sesso con prostitute divise con metodo accurato per fasce di prezzo, orge in ufficio al suono della campanella di fine contrattazioni, nani imbracati lanciati come freccette contro un bersaglio carico di dollari, droghe consumate fino a sfinimento per non esaurire il propellente del delirio.
E la scena della ragazza nuda con i soldi incollati sulle chiappe?
No, grazie, ho visto abbastanza. Senza emozioni.
Gli affari diventano qui un mezzo per sostenere l’edonismo da teatro dell’assurdo, l’epica ostentazione di ciò che fa vibrare gli organi meno coscienti del corpo, con la banalissima conclusione che alla fine non tutto poi si può comprare.
mercoledì 8 luglio 2015
Under the Skin di Jonathan Glazer. 2013
"Will You Come With Me?"
Jonathan Glazer è un nome di tutto rispetto: a lui associo i videoclip dei Massive Attack, Radiohead. Under the skin richiama moltissimo, infatti, l'atmosfeta onirica, ipnotica di Karma Police, ambientando la pellicola nelle cupe e fredde atmosfere scozzesi, fatte di cieli plumbei, mari in burrasca che inghiottono suicidi disperati e spiagge deserte dove bambini abbandonati piangono nell'indifferenza della solitudine.
Un motociclista misterioso recupera il corpo esanime di una donna ai lati di una strada.
Trascina quello che sembra un cadavere sul cassone di un camion dove, un'entità aliena si appropria di quel corpo letteralmente indossandolo.
E in questa nuova veste la "donna", viaggiando per la Scozia col suo camiocino adesca uomini soli, preferibilmente senza affetti familiari e complicazioni varie, e li fa scomparire.
Campi lunghi, inquadrature fisse e liqudo nero che inghiotte le vittime poco prima dell'amplesso. il suo scopo è proprio questo: accalappiare uomini con l’arma della seduzione, lei mantide di chissà quali galassie, opera in un microcosmo in cui agisce senza comprendere. Non sa provare pietà, empatia, non sente nulla. Finchè un giorno non comincia a prendere consapevolezza del suo corpo, lo scruta allo specchio e sceglie di farsi preda per sentirlo. Perchè come gli alieni di District 9, anche lei si fa strumento per osservare noi stessi, per misurare il grado di (dis)umanità della nostra specie. Gelido, cattivo, quasi entomologico, incorniciato da un’ambientazione perfetta e una interpretazione della Johansson a grado zero.
Un esperimento visivo straniante, grazie anche all'affascinante colonna sonora di Mica Levi
martedì 3 marzo 2015
Stoker di Park Chan-Wook. 2013
"Le mie orecchie sentono cose che altri non sentono"
Diciotto paia di scarpe per diciotto anni di vita, tutte uguali, solo diverse in successione di grandezza. Sono di India Stoker nel tentativo di darle quel tocco british che le manca del tutto, la giovane donna è un'anima palesemnete dark. Quel giorno muore anche suo padre. Poi tutto comincia ad assumere le tinte del giallo: uova piccanti preparate nel giorno del funerale, il giallo del nastro della scatola di scarpe, il giallo dell'ombrello che un misterioso zio giunto dal nulla offre a India per ripararla dalla pioggia.
Manieristico, fatto di dettagli, come il ragno che sale sulla gamba di India. Perchè il male è un destino ineludibile, della natura e la protagonista lo sa: "Io sono questa. Così come il fiore che non può scegliere il suo colore, noi non siamo responsabili per quello che siamo diventati". India comprende e accetta la sua zona d'ombra e quando si rende conto di quanto sta succedendo, piuttosto che ostacolare i progetti dello zio, criminale dallo sguardo penetrante, comincerà a sentirsene sempre più attratta, anche quando verranno alla luce alcuni tremendi segreti di famiglia.
Episodio che fa trapelare i punti di contatto tra zio e nipote è la sensualissima sequenza del pianoforte suonato a quattro mani, culminata nell’omicidio ed esasperata nella masturbazione sotto la doccia che apre un sottotesto sessuale.
La vedova Eve (Nicole Kidman) appare fin dal primo momento come una donna emotivamente instabile, il cui rapporto col defunto marito era ormai inesistente, come del resto appare effimero e infantile anche il rapporto con la figlia India, tanto che apparirà naturale il menage a trois apparente che si viene a creare. Leggere e vaporose le gonne e camicette di India,la sua sensualità traspira da ogni scena: tensione erotica e orgasmica che cerca di esplodere in ogni istante. Zio e nipote sembrano fatti l'uno per l'altra, tanto che la pulsione dell'incesto viene tesa come un arco che non si decide a scoccare la freccia. India è una predatrice, ammaestrata fin da piccola: Richard Stoker non praticava quell'hobby per se stesso o per i trofei che adornano il suo studio di ricco architetto, ma lo faceva per lei, per sua figlia.
venerdì 26 dicembre 2014
Lecce. Festival del cinema invisibile: Zavorra di Vincenzo Mineo. 2012. Piccola storia di mare di Dario Di Viesto. 2013. L'amore necessario di Alessandro Tamburini.2012
Un documentario che ascolta le parole di un gruppo di anziani trapanesi ospiti in una struttura geriatrica, nel momento della loro esistenza più brutto. Malattia, troppa solitudine, ricordi. Chi prega, chi non sa più in chi o in cosa credere in un susseguirsi di giorni tutti uguali. Nel 1800 le navi che arrivavano nel porto di Trapani scaricavano la “zavorra” nei pressi delle saline. La “zavorra” è la terra, cioè i sacchi di terra che le navi usavano per tenersi in equilibrio. Su quella terra un secolo più tardi è stato costruito un ospizio per anziani.
Il documentario ha vinto il Miglior Film Sezione "Human Rights Doc" al V Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli / Rassegna Nazionale ed è ora in concorso al Festival del cinema del reale di Lecce
Un anziano pescatore malato non esce di casa da molto tempo e mentre sta pulendo il pesce trova fra le viscere un pesciolino ancora vivo. Nella vita dell’anziano si risveglia qualcosa: la sua vita che sta per finire ritrova vigore nel dimenarsi di quel piccolo pesce finito nelle viscere di quel pesce più grande. Un narrato essenziale snocciolato nell'ultimo tragitto del pescatore verso il mare
L'amore necessario è il più breve dei tre cortometraggi: solo 7 minuti. Protagonista una coppia romagnola di 71 anni lui e 61 lei. Lui è un pittore un po'sregolato, lei un'infermiera con un bellissimo e accomodante sorriso. Il regista vuole cogliere il loro vivere a mille, nonostante l'età non giovanissima. Il sesso due o tre volte a settimana "fatto a volte con il cervello e a volte con l'uccello", sembra suggerire la paura del non vivere tutto pienamente, la paura della morte, la speranza di essere accudito dalla moglie e di morire prima di lei. Una docufiction semplicistica, ma simpatica.
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sabato 20 settembre 2014
C’era una volta un’estate di Nat Faxon e Jim Rash. 2013
Dedicato all'ultimo giorno di estate.
"Dimmi: tu cosa sei in una scala da 1 a 10?", "6", "No: sei un 3".
Un non -luogo e un non-tempo:una lunga estate calda con biciclette vintage e pochi cellulari, che ammicca molto agli anni 80, un lavoro in un lunapark e ritrovarsi alla fine un po' più adulti, un coming of age, nulla di così eclatante, ma capace di emozionare con quella semplicità giusta e mai banale. Come da copione c'è l'arrivo, l'assunzione delle prime responsabilità, la scoperta di un rifugio in cui nascondersi dai drammi familiari e ritrovare a sorpresa una famiglia di lavoratori affiatata e un po' isolata dal mondo, per poi chissà imbattersi anche in un primo amore.
La seconda fase, immancabile, è invece l'addio, la fine dell'estate, il momento in cui trasformare le esperienze vissute nel coraggio necessario ad abbandonare quella nuova casa, per ritornare nel mondo un po' più forti e cresciuti.
Duncan ha quattordici anni, timido tanto da camminare ripigato su se stesso, genitori divorziati e in viaggio per l'estate con la madre Pam e il suo nuovo compagno, Trent - interpretato da un inedito Steve Carell, davvero grande nel restituire la sgradevolezza del suo personaggio ad ogni inquadratura.
Non è il massimo fare da tappezzeria ai festini alcolici dei suoi genitori, persi in una movida estiva che mal nasconde i peccati di Trent e le debolezze di Pam. Accantonato dalla madre e troppo timido per fare nuove conoscenze, Duncan troverà la sua salvezza in Owen, l'infantile e goliardico manager di Water Wizz, che lo assumerà nel suo parco acquatico prendendolo in simpatia.
Lui che aveva viaggiato assieme ai bagagli nel retro della macchina, quasi come se fosse un pacco, troverà la sua guida proprio nel proprietario del parco acquatico e da fratello maggiore riuscirà a convincerlo a provare a baciare la bella ragazza bionda che abita accanto a casa sua. Impeccabile la scrittura che compensa su tutto il resto, tra cui la regia.
giovedì 11 settembre 2014
Blue Jasmine di Woody Allen. 2013
Se Erasmo da Rotterdam sosteneva che il solo prezzo da pagare per raggiungere e mantenere la felicità è solo un piccolo inganno di sé, cosa succede quando quest’ultimo assume proporzioni incontrollabili?
Il geniale ossessivo-compulsivo Allen, che tutti amiamo, ha in questo film una controparte femminile:"Blue Jasmine" la cui pazzia e rovina paiono essere una meritata ricompensa al suo operato: vi è una latente condanna a tutto un sistema valoriale, alla sua vacuità qui rappresentato dalla protagonista. Le digressioni che ricostruiscono la sua storia non sono introdotte da alcuna cornice, ma si alternano liberamente nella narrazione, di norma anticipate solo da un elemento semantico, una parola, un sintagma che nel presente per affinità insinua un ricordo passato. La menzione della frode alla sorella, del tradimento, del profumo francese aprono altrettante parentesi visive nello svolgimento della trama, in un disvelamento lento ma costante del passato di Jasmine, della sua reale natura che via via si rivela sempre più meschina. Amorale, frivola, finge di non vedere coò che suo marito truffaldino fa. Questo film, infatti, è come se fosse concentrato tutto sul marito di Jasmine, che agisce mentre lei guarda altrove. Guarda alle cene, ai viaggi, ai braccialetti di Tiffany. Questa donna poteva trovare un uomo che la costringesse a una relazione di intimità autentica? No, e quando lo trova, lo perde perché una vicinanza autentica lei non sa cosa sia. Una donna fragile, incapace di affrontare la vita, incapace di guardare veramente ciò che il marito le fa firmare, di rendersi conto della inautenticità del marito e delle sue relazioni, di approfondire, di analizzare e di ragionare. Ma che sa sognare. Anche sua sorella ha i suoi traumi: come Jasmine adottata, si sente geneticamente inferiore, meno bionda, meno alta, meno bella, vola basso, si accontenta di una vita un po’ sfortunata e faticosa e povera, ma è realista. Jasmine, che era quella “dai geni buoni”, più bella e più bionda, che ha volato più alto, che si è tenuta più lontana dai temi dolorosi,incontra poi la realtà: il film è la trasposizione di questa realtà.
Usa la dipendenza (da alcool, da pillole), a volte diviene dissociata, si allontana dalla situazione che sta vivendo, straparla, parla da sola, si racconta agli altri non vedendoli, non ascoltandoli mai, inventa una vita diversa. Un altro suo modo di reagire è il disprezzo verso la normalità e tutto quello che sa di “normale”, “squallido” e poco elegante. Perchè è sola. Jasmine era sola quando era sposata con suo marito, era sola con le sue amiche al bar, era sola nel mondo luccicante della sua vita di prima, ed è sola quando è in casa con la sorella e i nipoti, e infine è sola seduta su quella panchina che dialoga con i fantasmi della sua vecchia vita.
Se qualcuno ha deciso di tenersi lontano da Blue Jasmine perché ha pensato ad uno dei soliti e scontati film di Woody Allen degli ultimi anni, ad una nuova commedia lieve, innocua e poco ispirata, sappia che ha preso una cantonata. Affascinante e delicato. Come le note di Blue moon, una canzone per sempre: Jasmine la ricorderà in eterno, fece da colonna sonora all’incontro col marito Hal quello che “cambia nome a quella società”, “liquida quell’altra”, ma si dai, diciamocelo, anche se la protagonista ci farà simpatia, in fondo è una cinica, un'arrivista. Questo era il suo più grande, e forse unico, obiettivo nella vita: trovare un bel marito di successo che la mantenesse e viziasse nel lusso più sfrenato, la inserisse nella migliore società newyorkese e soddisfacesse ogni suo desiderio. Anche quando il marito la sta per lasciare avrà una reazione spropositata -“tu sei mio”- non tanto per il dolore del tradimento, ma per la perdita dello status sociale. Distrugge tutti i legami con chi le sta vicino e usa la scusa della beneficenza come giustificazione alla vacuità morale che l’ha invasa. E quando rimane vedova Jasmine prolunga la propria illusione così: viaggiando in un posto di prima classe e con addosso abiti costosissimi che non può permettersi ma senza i quali il suo equilibrio crollerebbe immediatamente.
Tutto ciò che la attornia, dal rozzo futuro cognato Chili agli improbabili, insignificanti spasimanti, dal grigio nuovo impiego come segretaria di un dentista di periferia allo sciatto appartamento di Ginger rischia di farla crollare, almeno fino all’incontro con Dwight, un sofisticato diplomatico con cui risalire la china e ridare forma alle illusioni sembra in qualche modo di nuovo possibile.È un Woody Allen stanco e rassegnato, insomma, quello che si nasconde dietro il volto scavato dalla disperazione di Jasmine – Cate Blanchett, un Allen che, stavolta, sembra aver ritrovato la sua grande capacità di raccontare quelle psicologie nevrotiche, ciniche e spesso moralmente vuote che da sempre hanno affollato e, si spera, affolleranno ancora a lungo la sua filmografia.
mercoledì 3 settembre 2014
Il futuro di Alicia Scherson. 2013
«tutta la scrittura è porcheria. Le persone che escono dal vago per cercar di precisare una qualsiasi cosa di quel che succede nel loro pensiero, sono dei porci»
Roma. Bianca e Tomas restano orfani a seguito di un incidente che ha causato la tragica morte dei loro genitori. Da quel momento, come un fulmine a ciel sereno, ai due non resta che crescere di botto e farsi una vita. Vada come vada. E va che i poveri fratello e sorella s’imbattono in due scansafatiche (tra cui uno è Nicolas Vaporidis, qui anche in veste di produttore associato), che escogitano il “colpo da maestro”: intrufolarsi nella villa di un attore sepolto sotto le macerie del tempo, messosi in mostra per il suo bel fisico e per una lunga serie di film in cui ha interpretato sempre lo stesso ruolo, quello di Maciste. Bianca è asettica in tutto il film, deve trovare la chiave che apre la cassaforte di Maciste. Ma avrà la sua prima cotta, anche se descritta in una maniera veramente banale. Ma poi perchè è sempre così oliata? Lui con mani grossolane le prepara sandwich e le chiede delucidazioni in merito al colore del proprio sperma. Un film veramente vuoto.Fallimentare. Una porcheria.
Tuttavia ringrazio la giovane regista cilena e tutti i registi che, in Italia, ci parlano di angoli nostrani.
venerdì 27 giugno 2014
La gelosia di Philippe Garrel. 2013
”È da molto tempo ormai che so chi sono, è la mia fortuna e allo stesso tempo la mia condanna, ed è per questo che so che ti amo, ti amo per quello che sei, per quello che pensi, Ti amo ed è Definitivo”.
Inizia ufficialmente la stagione estiva. Quella che in altre parti del mondo viene considerata ideale per il lancio dei blockbuster e che da noi è sempre utilizzata per promuovere in sala pellicole che in altri periodi dell'anno non trovano spazio. Sul finire degli anni cinquanta, esplode in Francia uno dei movimenti cinematografici più importanti e affascinanti della nostra storia, la Nuovelle Vague. La vita sullo schermo diventa riproduzione fedele e surreale allo stesso tempo, i sentimenti - dai più romantici ai più violenti - governano storie e personaggi come nei dipinti impressionisti, la lingua francese diventa codice universale per urlare cambiamento, rivoluzione.
Un menage a trois tra un giovane attore, un'attrice più matura e la recitazione. Storia vagamente ispirata alla storia autobiografica dello stesso regista: quella di suo padre – l’attore Maurice Garrel – della fine dell’amore con sua madre – quando Philippe è ancora un bambino – e della sua passione, la più grande della vita, per un’altra donna, che lo lascerà per una vita agiata e più comoda. La piccola Charlotte con un cambio di genere, è Philippe bambino, ricambia l’affetto paterno ed è affascinata dalla nuova compagna del padre.
La scenografia è secca ed essenziale, tanti gesti, le mani spesso inquadrate del protagonista esprimono e prendono il posto della sua anima: la tocca, la cinge per trattenerla, sapendo in cuor suo che presto andrà via, un film fisico, di bisogno, di vicinanza. Tattile.
domenica 23 marzo 2014
Jeune et jolie di Francois Ozon. 2013
Non si può essere seri a 17 anni. (Rimbaud)
Isabel è di famiglia borghese, parigina, un po' come la Denevue di Luis Buñuel che si prostituiva non per denaro, infatti qui Isabel incassa si i soldi, ma li nasconde in una borsetta senza mai spenderli. Isabel non è sposata, come potrebbe? Ha solo diciassette anni. Perde la verginità durante le vacanze estive e al ritorno in città diventa Lea, tutto questo fin quando il suo cliente più affezionato, un cardiopatico, muore. Quattro i capitoli del film scanditi dalle quattro stagioni accompagnati da quattro meravigliosi brani di Françoise Hardy. Inizia un lento percorso di risalita simboleggiato da flebili cambiamenti: Lea che si fa scopare da chiunque la cerchi per trecento euro, si sottrae con dolcezza ed eleganza a quel coetaneo che comincia a frequentare perchè non "starebbe bene far l’amore la prima volta che ci s’incontra". Bella la conclusione che strizza l'occhio a chi della morale se ne frega, l'ho molto apprezzata.
Non si sconfina mai nel pornografico, è solo l'esaltazione di una personalità sessuale, una donna che ama fare sesso: gracile si contorce su un cuscino simulando un amplesso ancor prima di avere il suo primo rapporto sessuale. Pregevole l’interpretazione di Marine Vacth, di una bellezza senza paragoni.
P.S. Nessuna bussa prima di aprire le porte, nè del bagno, nè della camera da letto. Si usa così in Francia?
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psicologia
lunedì 10 marzo 2014
Treno di notte per Lisbona di Bille August. 2013
"When dictator is a fact, revolution is a duty".
Fuori concorso al festival Berlino 63. Passare da una piovosa Berna, solitaria,grigia ma di cultura a una solare e passionale Lisbona. Impermeabile rosso, una donna fradicia che si vuole suicidare, un libro che cattura e un treno notturno trans-europeo.
Gli elementi ci sarebbero tutti, ma la storia è fragile e poco convincente. Giocare a scacchi contro se stessi l'ho trovata una scelta vincente per descrivere la solitudine del protagonista, mi aveva convinto la penombra del suo appartamento, i suoi gesti rituali, meccanici, di chi vive trascinandosi nella sua routine. Poi nella sua vita entra un medico.autore: Amedeu de Prado, per lui prenderà il treno di notte per Lisbona del titolo. Il dittatore Salazar, Amedeu è nella resistenza. Ma il film è freddo e noioso e perde l'occasione di poter battere un selciato cinematograficamente alquanto vergine: la dittatura portoghese. Tutto banale e scontato.
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venerdì 14 febbraio 2014
A proposito di Davis di Joel ed Ethan Coen. 2013
“Se non è nuova e non invecchia mai allora è una canzone folk”
Una trama troppo semplice. Ma si, diciamolo pure senza paura del fatto che si tratti di un film dei leggendari fratelli Coen, Insulsa. Noiosa. Piatta. Llewin Davis è il monoespressivo protagonista cantante folk squattrinato e sfigato. Elemosina divani su cui dormire e palcoscenici su cui esibirsi. Un gatto compagno di viaggio, simbolo della libertà e dell'indipendenza tanto cercata dal protagonista. Sarà un capolavoro incompreso forse, ma i film senza trama mi annoiano, e mi annoia anche scriverne. Buon San Valentino lettori.
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domenica 19 gennaio 2014
Schiavi di Stefano Mencherini, 2013
Stefano Mencherini è un giornalista indipendente, autore e regista Rai. Schiavi è il suo nuovo film.documentario presentato ieri sera alle 18.00 presso le Officine Culturali Ergot di Lecce. Ena, emergenza Nord. Africa, uno dei tanti pretesti per dirottare denari pubblici e calpestare i diritti umani e civili, e così rifugiati, richiedenti asilo e irregolari finiscono nella rete dei nuovi schiavi. Sono 26.490 gli immigrati identificati e sbarcati sulle nostre coste a partire dallo scoppio delle primavere arabe nel 2011, fino al marzo 2013 quando è stata dichiarata chiusa l’«emergenza Nord Africa». A Napoli la protezione civile ha dato 45 euro al giorno a migrante agli albergatori, ma gli “ospiti”, di fronte alla telecamera, hanno raccontato di giri di droga e di prostituzione, d’infiltrazioni mafiose, di assenza totale di politiche d’integrazione.
Il regista ricorda come qui nel nostro Salento molte sponde altro non siano che fosse comuni per immigrati senza nome annegati insieme alla loro speranza di un futuro migliore. E grida allo scandalo dei 22 tra caporali e imprenditori di Nardò che dopo il processo in corso a Lecce per riduzione in schiavitù, ora reiterano il reato. In scena la disperazione e la rabbia dei migranti, l'assenza totale dell'unione europea, l'attenzione poi sul circa 1 milione e 300 mila euro affidato alla Protezione Civile come se l’immigrazione sia un disastro ambientale; e tutto questo senza risparmiare alcuno: dal ghetto di Foggia a Rosarno in Calabria, passando per la Campania e poi fino nel Nord Italia. La voce narrante è quella di Ibrahim che racconta la sua storia di spalle, attraverso due continenti: fuggito dalla Costa d’Avorio e costretto in schiavitù in Libia, viene caricato a forza su una carretta verso Lampedusa prima del crollo del regime di Gheddafi e una volta in Italia finisce a raccogliere angurie in Puglia.
Un regista che lavora in Rai, ma che non vedrà andare in onda nemmeno questo suo secondo lavoro, dopo Mare nostrum del 2003. La bella Rai, il nostro servizio pubblico, quella che paghiamo per disinformarci. Il regista ha quindi autoprodotto e autodistribuito il film in dvd.
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