“Mi accorgevo di avere la pelle d’oca. Senza una ragione, dato che non avevo freddo. Era forse passato un fantasma su di noi? No, era stata la poesia. Una scintilla si era staccata dal poeta e mi aveva dato una scossa gelida. Avevo voglia di piangere; mi sentivo molto strana.Avevo scoperto un nuovo modo di essere felice.” (Sylvia Plath)
venerdì 21 settembre 2012
La pianista di Michael Haneke. 2001
"Mamma, ho appena visto il tuo sesso"
Vienna. Siamo negli alti borghi, anni 80. Erika Kohut vive con la madre anziana ed è una docente di pianoforte al Conservatorio della capitale. Una porta si apre e la madre è stizzita. Perchè? Tutto scorre troppo velocemente sotto i nostri occhi: tre ore di ritardo rispetto a quanto le aveva imposto la madre. La borsetta viene perquisita alla ricerca della prova del ritardo. Un abito firmato. E iniziano le grida: per la madre quelli sono solo soldi sprecati. Le due litigano tirando il vestito fin quando questo non si strappa. E così Erika continua a tirare, ma questa volta i capelli dell'anziana madre. Ma Erika quanti anni ha? Viene da chiedersi. Erika viene trattata come una bambina e lei stesse si comporta come tale: piagnucola chiedendo scusa alla madre ottantenne accarezzandola e abbracciandola e fanno la pace.
Sembrerebbe essere tornata la quiete, ma più la storia va avanti più ci rendiamo conto che Erika è, in realtà, una donna frustrata, che ha abbandonato le velleità artistiche e si accontenta di impartirle nei suoi allievi. Erika ha solo la madre e dormono nello stesso letto, un rifugio nel quale chiudersi, provando ribrezzo per ciò che c'è fuori. Con questo ricatto la madre la tiene legata a sè ed Erika si prende cura unicamente di lei.
Forti scene di masochismo: si mutila nelle parti intime, frequenta sexy-shop e spia le coppiette appartate. Il suo odio viene riversato sulla libertà dei suoi allievi, che a differenza sua in un rapporto sano con il mondo, non dedicano tutta la loro vita unicamente alla musica. Nessuna esecuzione è perfetta.
Walter Klemmer è studente di ingegneria e si diletta al pianoforte. Il ragazzo vedendo esibirsi la professoressa ne rimane attratto, fino a desiderare una relazione con lei. E sarà l'inizio della fine: amore-arte-distruzione- morte. "Io non ho sentimenti, Walter, e anche se ne avessi per un giorno essi non prevarranno mai sulla mia intelligenza".
Una donna, che nonostante i numerosi stimoli del giovane amante, si rivela completamente incapace di amare e sa avvicinarsi a Walter nel solo modo in cui ha conosciuto l'amore, cioè con proiezioni distorte: la perversione. Lei fa pervenire una lettera nella quale vi sono scritte le istruzioni che avrebbe dovuto seguire per approcciarsi a lei. Violenza e masochismo. Il solo modo in cui Erika sa amare, lo si capisce bene dall'invidia che sfocia in violenza quando vede Walter, l'unico uomo che nella sua vita l'abbia mai desiderata, approcciarsi alla sua giovane allieva migliore. Da questo brutto incidente comincia la discesa negli inferi senza fine. Erika nella serata che avrebbe dovuto decretare il suo successo rinuncia anche al suo grande amore: la musica. Così con i lividi della notte di violenza precedente, derisa dal giovane che ama, che preso quello che voleva si accompagna al concerto a braccetto di due giovani donne, si pugnala al petto con un coltello da cucina, ma non sa nemmeno uccidersi, il taglio provocato fa fuoriscire solo poco sangue. La porta del Conservatorio si chiude ed Erika scompare come un fantasma.
sabato 15 settembre 2012
Post mortem di Pablo Larrain. 2010
A Salvador Allende.
Santiago del Cile, 1973. Mario ha cinquantacinque anni e vive solo. Parla poco, la sua vita è scandita dal ritmo del ticchettio dei tasti di una macchina da scrivere. Dice di fare il funzionario, ma nello specifico batte a macchina i referti delle autopsie in un obitorio. Ma anche lui sa amare: desidera Nancy, la vicina di casa che lavora in un cabaret. La corteggia, poi l’11 settembre Nancy scompare, mentre per le strade scoppia il caos e il suo lavoro comincia ad intensificarsi: improvvisamente le autopsie cominciano a diventare moltissime in un giorno. Cadaveri, corpi da smembrare, Mario però pensa alla sua Nancy.
Un percorso quello di Mario, metafora della sua terra, il Cile nel momento del golpe ai danni di Allende, che comincia ad abituarsi all'orrore e alla morte, come Mario che ogni giorno vede la gente fatta a pezzi e ormai non ci fa più caso. E'lavoro.
Lo spettatore viene calato man mano in quest'orrore, grazie anche alla strepitosa fotografia tutta giocata su colori spenti, sul marrone, sul viola dei corpi dei cadaveri: autopsie in primissimo piano, scene di sesso anzi più che altro amplessi desolati dei due scheletrici protagonisti, masturbazione.
E Mario nonostante tutto cerca l'amore perchè è alla ricarca in primis di se stesso ("niente relazioni con donne che vanno con altri uomini"), proprio come il Cile che cerca di rivendicare la sua identità. E il mondo occidentale? E'stato solo a guardare.
Mario Crede che Nancy sia la sua fidanzata per poi accorgersi tristemente che non è così. E ad Allende viene negato l'esame interno e l’indignazione viene zittita a colpi di pistola. Non c'è speranza. Intorno al morto illustre divise silenti e minacciose. Primissimi piani sul cranio dilaniato di Allende e una fredda analisi inesatta: nessuno osa contraddire il regime, meglio il silenzio o peggio una menzogna. Suicidio.
Spazi piccoli, inquadrature sempre asfissianti a simboleggiare che non c'è via d'uscita. Nemmeno la fede: - Nancy: "Ma tu sei cattolico vicino?"
- Mario: "Si, quando ho qualcosa da chiedergli. Certo che si".
sabato 8 settembre 2012
Jane Eyre di Cary Fukunaga, 2011.
"Sono una macchina senza sentimenti? Credete che solo perchè sono povera, oscura semplice e piccola io non abbia nè anima nè cuore? Ho un'anima come voi e un cuore grande come il vostro e se Dio mi avesse donato bellezza e denaro, vi avrei reso difficile lasciarmi così com'è difficile per me lasciare voi. Non vi parlo attraverso le mie carni mortali, è il mio spirito che si rivolge al vostro spirito, come se avessimo visto la morte e fossimo ai piedi di Dio uguali come siamo..."
Tra tutti i riadattamenti di questo capolavoro lettereraio della scrittrice inglese Charlotte Bronte: dalla proiezione inglese con Orson Welles del lontano 1943, fino a quella del 66 di Zeffirelli, la mia preferita è questa targata 2011.
Come ben sa già chi ha letto questo strepitoso romanzo occorre fare un tuffo nel perbenismo di pulsioni represse così care alle sorelle Bronte, che hanno, se pur credo non avendole mai vissute, anzi forse proprio per questo, fatto sognare fior di generazioni grazie alle loro passionali storie d'amore senza tempo. La carica passionale del romanzo era sempre stata a mio avviso trattata poco bene nelle precedenti pellicole, ora questo per me sconosciuto regista americano (di padre giapponese e madre svedese, ecco spiegato il bizzarro cognome) Cary Fukunaga ne ha accentuato piacevolmente l'atmosfera gotica di quell'Ottocento, grazie anche alla bravisisma Mia Wasikowska, l'Alice di Burton, e all'affascinante bisbetico Rochester Michael Fassbender.
Il film ha degli interessanti salti temporali: la storia, infatti, comincia con Jane che nella notte con una nuova identità, fugge via disperata dalla tenuta di Thornfield Hall. Fino a raggiungere una casa di anime pie che la ospitano e le offrono le migliori cure. Un pastore St. John è il padrone della casa, che da subito rimane affasciato dallo sguardo della bella Jane. St.John vive con le sue due amorevoli sorelle, è in procinto di partire come missionario e chiede quindi Jane in moglie. Ma a Jane quella nuova vita che le si prospetta davanti, pur dignitosa e al fianco di un uomo onesto, appare impossibile. Così, nonostante gli forzi per reprimerle, le ingisutizie subite e quell'amore passionale a sprazzi vengono fuori e vengono così ricostruiti nel film motivando il perchè la ragazza non accetta la pur dignitosa proposta del pastore.
Jane, come "tutte le governanti" ha una storia dolorissima alle spalle: è orfana di entrambi i genitori e viene affidata alle cure della perfida signora Reed, sorella di suo padre, ma il suo carattere forte, anche troppo per una ‘femmina' del tempo presto le alieneranno le simpatie della donna, la tipica borghese del tempo, triste e sconsolata di essere solo dedita ai figli che vede in Jane il germe del peccato. Così affida l'odiata nipote presso l'istituto di carità di Loewood, dove le bambine vengono cresciute nell'ossessivo rigore delle regole, castigate, picchiate e umiliate. Solo la dolce e pura coetanea Helen Burns le è amica, finchè non muore e Jane dopo questa perdita dolorosa temprerà ancora di più il carattere, e divenuta maggiorenne, lascerà il collegio per prendere impiego come istitutrice a Thornfield Hall. Entra qui in scena il signor Rochester, uomo irriverente e oscuro che nasconde un tetro passato. Ma che da subito si accorge della bellezza e rarità di Jane, tanto da rimanerne sin da subito folgorato, di contro la giovane non potrà fare a meno di sentirsi sempre più attratta da quell'uomo, anche se non riuscirà da subito ad accettarne il suo passato tanto tetro e doloroso.
Altalenanti gli stati d'animo dell'eroina Jane e Fukunaga meglio di chiunque altro sa coglierli a pieno, vivida ed emozionante la fuga e poi la ricerca impazzata di quest'amore proibito. Ben riuscito.
domenica 2 settembre 2012
Buffalo 66 di Vicent Gallo . 1998
Noi siamo una coppia che non si tocca, che non si tocca! Ci piacciamo, ci piacciamo e stiamo un sacco di tempo insieme. Però non ci tocchiamo, va bene?
Billy Brown esce di prigione. E'confuso, arrabbiato e vuole togliere la vita all'ex giocatore dei Buffalo Bills che, truccando una partita su cui lui aveva scommesso tanti soldi, l'aveva costretto ad autoaccusarsi di un crimine non commesso perché impossibilitato a pagare la cifra.
Un film di e con l'affascinante Vincent Gallo. Nevrotico, incapace a comunicare con le persone che ama, ha due genitori che non lo amano ma che ama. Un film dalla forte presa emotiva e intellettiva, interessanti i vari split-screen che partono sempre da suoi primi piano, piccoli quadrati che dallo schermo diventano sempre più grandi fino ad occupare lo spazio prominente mettendo in scena i ricordi che più hanno inciso nel renderlo così asettico e catatonico con asfissianti e stretti ambienti a ruotare intorno. Ed altrettanti asfissianti personaggi che ruotano attorno alla vita di Billy e che ne snocciolano tutte le sue stranezze a partire dai genitori che accolgono il figlio dopo cinque anni di assenza come se niente fosse, continuando ad ignorarlo e ad incolpandolo di essere nato proprio il giorno in cui i Buffalo hanno vinto una partita dopo anni e anni di sconfitte. Burrosa e dolce Christina Ricci sarà l'angelo sceso sulla terra a rinsaldare il suo equilibrio molto precario, spiegandogli l'inconsistenza dei suoi rapporti interpersonali che tanto lo affliggono e pronta ad amarlo di sentimenti veri. Un amore che nasce fin da subito: sotto minaccia la bella Ricci finge di essere da subito sua moglie, perché questi ha sempre mentito circa la sua permanenza in carcere, facendo credere loro di avere un ottimo lavoro e una bella famiglia.
Malinconia e solitudine. Ma alla fine tranquilli scatta l'happy end.
domenica 12 agosto 2012
La guerra è dichiarata di Valérie Donzelli. 2011
"Ho paura che nostro figlio nasca cieco, sordo, muto, nano, di colore, omosessuale e che voti Fronte Nazionale!"
Movimento. azione. Come nel titolo: una guerra dichiarata. Tra una coppia di giovani innamorati e un tumore al cervello al loro piccolo nato. La storia personale di Valérie Donzelli raccontata con una modalità del tutto nuova e originale che quasi vi infastidirà.
Una tragedia dal gusto pop che racconta la morte ma canta e balla la vita sul palcoscenico fatto di corsie d'ospedale dove correre fino a svenire. E dove una coppia innamorata finisce per deteriorarsi. Il film mette, infatti, in scena attraverso quest'atroce dramma l'immaturità sentimentale dei ventenni e trentenni, che dell'amore preferiscono il lato ludico e spensierato. E si denunciano inoltre le difficili situazioni economiche in cui ci troviamo, dove per assistere il proprio figlio malato si è costretti a vendere la casa appena acquistata. E la Donzelli usa la leggerezza, la libertà, esorcizzando i momenti più terribili di questo calvario che i genitori vivono con risate isteriche e feste con musica assordante e drink. Non si puo'impazzire di dolore, la prosecuzione della specie ci ordina di sopravvivere. Unica pecca: Troppe voci fuori campo che spiegano scene palesemente comprensibili e fuori luogo gli attori che cantano il loro amore reciproco. L'anticonformismo a tutti i costi non ci piace.
Valèrie nelle vesti di regista, attrice e sceneggiatrice e il suo ex nelle vesti di attore aggiornavano costantemente una sorta di diaro di bordo sulla malattia del loro vero figlio Gabriel, anche lui nei panni di se stesso nelle ultime battute quando ormai è guarito. Da questi sfoghi di scrittura prende avvio quindi la pellicola, ed è come se i protagonisti si facessero bambini e raccontassero al loro piccolo con il suo elementare linguaggio ciò che accade: niente patimenti e lacrime, incursioni di metastasi che si aggravano come un disegno astratto colorato dal bambino. Non c'è la volontà di tirare lo spettatore nell'angoscia: il film comincia con Adam (Gabriel)ormai guarito, piuttosto dimostare che anche loro, figli di un'immatura e viziata generazione e immaturi loro stessi possano farcela, nonostante tutto. Romeo chiede a Giulietta: «Perché proprio ad Adamo doveva capitare questa malattia?». «Perché siamo in grado di superarla», è la sua risposta.
sabato 11 agosto 2012
“L’amante” di Jean-Jacques Annaud. 1992
Indocina anni 30. Un affascinante trentaduenne cinese (nel libro erano 27) si innamora di una quindicenne francese che si trova nel Vietnam francese per motivi di studio. Lui è ricco, non lavora, ha un pied-à-terre, "la stanza dello scapolo" che diventerà il teatro della loro passione. Lei è bellissima: indossa un vestito di seta indigena di un bianco ingiallito; in testa ha un cappello da uomo in feltro a tesa piatta bordato da un nastro nero e indossa scarpe scalcagnate da ballo in lamè nero con qualche strass. Non ha ancora avuto esperienze sessuali, salvo abbracci intimi con una sua compagna di scuola sotto la zanzariera del dormitorio, però di esperienze vorrebbe averne, le importa poco che una ragazza non vergine non la sposi nessuno. Il cinese è timido nell'appproccio anche perchè folgorato dalla sua bellezza, lei lo incoraggia, baciando il vetro dell'auto ad occhi chiusi, quando lui viene a prenderla a scuola.
Marguerite Duras la sa lunga. Il suo omonimo romanzo dal quale il film è tratto è tra le pagine più belle che abbia mai letto, una scrittrice efficace che però ha disconsciuto questa versione filmica. Sono d'accordo: una passione estetica, patinata, molto più ferina, violenta e primordiale quella che sgorga dalle pagine della Duras. Un erotismo che qui non è vera sensualità, una grande opera letteraria che qui perde il suo grunge artistico.
I problemi nel rapporto con la madre e con il fratello oppiomane, il fratello minore con problemi mentali, sono tratti autobiografici della vita della Duras, questa relazione con quest'uomo adulto " e cinese" sarà stata di sicuro molto contrastata, ma non c'è nulla che davvero stupisca in questa film. Sentimenti accesi che invece sgorgano quando la Duras scrive la sceneggiatura di Hiroshima, mon amour, nell'amore tra l’attrice francese e l'architetto giapponese cinque anni dopo Hiroshima.
L'amore tra la giovane e il cinese esplode su un traghetto che attraversa il fiume Mekong diretto alla città di Saigon, lui ne rimane folgorato, lei un po'in cerca della passione e di una sicurezza decide di diventare la sua amante. L'esistenza della quindicenne è insopportabile e quegli incontri fugaci diventano per lei momenti di vita. I soldi. La richiesta incessante di soldi. Lei si perderà nei meandri delle pecche economiche della sua famiglia, non scorgendo l'amore. Che però rimarrà indelebile per tutta la vita. Il trentenne cinese come da tradizione ha un matrimonio combinato che lo attende e quindi la sua amante bambina lascia per sempre l'Indocina per tornare in Francia, dove anni dopo, quando sarà diventata una scrittrice comprenderà che in quei momenti di passione si celava il senso di tutto.
Aveva una famiglia da aiutare, ma quando può dire a sé stessa la verità, questa zampilla: lo ha amato anche lei. Trent'anni dopo, divenuta scrittrice molto nota, sposata e divorziata, riceverà una telefonata. E' il cinese, che è a Parigi con moglie e figli, le dice soltanto che ha continuato ad amarla sempre allo stesso modo. Lei non risponde. Ancora una volta. Ha finto di essere un'amante perchè era l'unico modo possibile per amare un uomo così lontano in tutto da lei. Ma l'amore è una forza prorompente non ha ostacoli. Si crea alibi, situazioni degradanti, disperate. Purchè viva, esista.
Tag:
1992,
Drammatico,
Francia,
Penta Film,
Regno Unito,
Vietnam
sabato 4 agosto 2012
L'uomo nero di Sergio Rubini. 2009
"Io non voglio essere come mio padre".
San Vito dei Normanni. La mia Puglia. La Puglia di Rubini. Ancora una volta nei panni di regista e attore. Un ospedale e un padre morente e al capezzale Gabriele, tornato al paese dopo anni per occuparsi del genitore, ricorda la sua infanzia: la sua famiglia e l'ossessione del padre per la pittura. Ernesto (Sergio Rubini)è un capostazione- pittore mancato ("...Mio padre non mi volle mandare al liceo artistico e guarda che vita di merda che faccio."). Non ha studiato, non ha "la carta" e quindi viene svilito dalla falsità e dal pregiudizio di certe “caste” culturali di paese che rivendicano la cultura come loro dominio esclusivo.
Realizzare la copia perfetta di un Cézanne. Questo l'obiettivo principale. Quello più importante che lo porterà a smascherare chi nella vita è davvero la copia di qualcosa o qualcuno. A discapito della sua famiglia: moglie, figlio...Gabriele, infatti, odia questo padre che è solo un'ombra che incombe cattiva nella sua vita, un uomo nero e si affeziona allo zio materno che vive con loro: Pinuccio (Riccardo Scamarcio)uno scapolone che si gode la vita, ma alla fine anche lui "vittima del sistema". Influenzato dalla madre Franca (Valeria Golino), che parla nei sogni con le buonanime dei suoi genitori, Gabriele comincerà a sviluppare una fervida fantasia messa su pellicola con scene suggestive e bellissime. In un contrasto tra finzione- realtà che è la base su cui prende avvio l'intera vicenda. Le migliori, a mio avviso, le scene in museo in cui gioca con il fantasma del pittore francese Paul Cézanne, che rende questa pellicola-omaggio alla terra natale, in pò come Tornatore con Baaria, una surreale recita teatrale. Però ben riuscita.
Iscriviti a:
Post (Atom)






