giovedì 14 luglio 2011

Carlo Giuliani, Ragazzo di Francesca Comencini. 2002

(immagine di Carlo Giuliani bambino tratta dall'album della famiglia Giuliani)

Uno e un solo punto di vista con cui si snoda la ricostruzione della Comencini sull'ultimo giorno di vita di Carlo Giuliani: quello di sua madre.“Vivamus, mea mater, atque amemus”. Con questo classico verso catulliano Carlo Giuliani si rivolge, infatti, in apertura proprio alla madre in una delle poesie scritte nell’adolescenza.
Un documento straordinario per la forza e la lucidità con cui minuto per minuto la donna fa rivivere quei momenti, di una donna straziata che ha avuto come ultimo sollievo quello di ripercorrere quegli ultimi istanti tante volte col pensiero, per essere virtualmente vicina a quel figlio morto da solo. Per strada.
Una ricostruzione assai coerente dei fatti, convincente, esatta. Che fa tremendamente rabbia, ma che fa sperare. Che un'Italia civile, coraggiosa, davvero diversa e orgogliosa di esserlo esista, nonostante tutto.
"Carlo uscì con il costume da bagno sotto i pantaloni, non aveva ancora deciso se andare con un amico al mare oppure alla manifestazione...Mi hanno colpito subito queste parole iniziali di Heidi Gaggio Giuliani. Ho pensato a che sciocche fatalitè fanno fare le scelte sbagliate. Ma poi andando avanti con il filmato ho capito che a sbagliarmi ero io. Che io, come tanti, ero stata vittima delle "scelte comuni, popolari, vigliacche". Scappare di fronte al pericolo.
Quel 20 luglio del 2001, Carlo fa una scelta oculata, come quando sei al bivio della tua vita: decide di sacrificare una giornata di sole e di mare per scendere in una piazza già annebbiata dai gas lacrimogeni, le cariche della polizia sui manifestanti pacifisti erano già cominciate e Carlo che passa da lì vi assiste. Nelle immagini si vedono dei “misteriosi” Black Block cacciati dagli stessi manifestanti (“Andate via, venduti, noi non siamo violenti” gridano loro) ma che,invece, lasciati indisturbati, mettono a ferro e fuoco molte zone della città ligure. Voi cosa avreste fatto trovandovi lì? Avreste girato le spalle e sareste andati al mare?
"Colpito in faccia, rimase subito paralizzato nel lato sinistro del corpo e cadde a terra... La camionetta dei carabinieri in retromarcia gli passò sul corpo due volte, sul bacino e sulle gambe, poi sparì dalla scena senza prestare soccorso... Prima che morisse, lo presero a calci in faccia". Parole terribili, pronunciate con calma, pacatezza, pazienza, intelligenza, da parte di una donna che ha scandagliato ogni minimo frangente potesse parlargli ancora di Carlo. Le immagini parlano chiaro: quando Carlo si china a prendere l'estintore, la pistola è già puntata: legittima difesa quindi? Verso un gesto che ancora non si è compiuto?
Cosa vuoi fare con quella pistola? Ma mettila via!”. La madre cerca di ricostruire l'ultimo pensiero che balena nella testa di un Carlo per qualche secondo ancora vivente. Chissà quante volte ha riguardato quegli ultimi frammenti di vita di Carlo. “E’ stato condannato a morte e prima dell’esecuzione è stato anche torturato” e poi ricorda il valore storico della Resistenza.
La toccante intervista, che vi consiglio di recuperare, è intramezzata da testi e poesie del ragazzo (anche in inglese, o in latino nella traduzione di Erri De Luca), da ricordi di famiglia e naturalmente dalle immagini scelte tra quelle girate a Genova e quelle più intime in bianco e nere riprese dall'album di famiglia.
Ho voluto ricordare Carlo così. Andando a cercare materiale degno che lo riguardasse, per rendergli tributo, memoria. Non ho grosse parole da spendere, solo tristezza, amarezza, preferisco quindi far mie le parole della madre in un passaggio dell'intervista: "E'diversa la violenza di chi attacca, da quella di chi si difende" Carlo si è difeso. Fino a rimetterci la vita stessa. Ciao Carlo.

giovedì 23 giugno 2011

Provaci ancora, Sam. Herbert Ross. 1972

Io amo la pioggia: sciacqua le memorie dal marciapiede della vita.

Quando ieri pomeriggio ho deciso di rivedere questo film, ho subito pensato che se Woody Allen decidesse di recitare di nuovo in uno dei suoi film, noi non avremo più la sua voce italiana. Oreste Lionello non c'è più e ascoltare Allen non sarà mai più lo stesso, con Scoop abbiamo perso Woody.
La trama di questo film, uno dei migliori a mio avviso, che precede i suoi capolavori più celebri, è semplice ma efficace e ricca di spunti: Allan Felix (Woody Allen)è un critico cinematografico che viene mollato dalla moglie Nancy:"Voglio vivere! Voglio girare l'Europa in motocicletta! Io e te si va, al massimo, al cinema." "Mi ci mandano. Lavoro per una rivista di cinema!"
Dick e Linda sono i suoi migliori amici si prodigano per lui e gli presentano una serie di donne, ma Allan, timido e molto impacciato fallisce ad ogni incontro.
Linda però non si arrende, non demorde, non lo lascia solo e inizialmente solo per paura che cada in depressione.Dick è sempre in viaggio per lavoro, Allan ha l'animo più sensibile e Linda ne rimane attratta...
Presente fin dall'inizio un forte parallelismo con Casablanca, ed in particolare con Humphrey Bogart, che come una sorta di angelo protettore ogni tanto irrompe sulla scena per consigliarlo.
ALLAN: "Non avrei mai potuto picchiarla, io, Nancy. Non c'era questo tipo di rapporto, fra di noi."
BOGART: "Rapporto? Dov'è che l'hai imparata, questa parola? Da uno strizzacervelli di Park Avenue?"
ALLAN: "Mica sono come te, io. Alla fine di Casablanca, quando perdesti Ingrid Bergman, non eri distrutto?"
BOGART: "Roba da niente. Un whisky e soda, e via."
ALLAN: "Io, vedi, non bevo. Il mio fisico non tollera l'alcool."

Infatti il film si apre con Allan Felix quasi in trance davanti ad uno schermo di cinema: guarda per la centesima volta ma sempre con trasporto e passione Casablanca, proprio mentre sta dicendo addio ad Ingrid Bergman nell'aeroporto fumoso in una scena che tutti noi conosciamo. I punti di contatto e le citazioni della storica pellicola saranno sempre presenti, soprattutto nella parte finale.
Nella versione inglese la frase finale sarà proprio Play it again, Sam, da cui il titolo (azzeccato forse, ma fa perdere il senso della citazione), cioè suonala ancora, Sam, citando ciò che Ingrid Bergman dice al pianista di colore del Rick's Cafè. Tutto stupendo!

Sono riuscita nell'intento di spingervi a rivederlo? Fatelo!

giovedì 16 giugno 2011

Ferro 3. La casa vuota di Kim Ki-Duk. 2004

"Siamo tutti case vuote
e aspettiamo qualcuno che apra la porta e ci renda liberi.
Un giorno il mio desiderio si avvera.
Un uomo arriva come un fantasma e mi libera dalla mia prigionia.
E io lo seguo, senza dubbi, senza riserve...
Finché incontro il mio nuovo destino."


Ferro 3 è una mazza da golf, sia simbolo del film e sia strumento dalle molteplici funzioni e chiavi di lettura della pellicola come l' amore, la morte, la rabbia, la libertà e la fuga. Anche se mai come in questo caso, il film andrebbe sentito, assaporato e non letto. Tae-suk, il protagonista, non è identificabile, perchè è pieno di identità, balza da una casa all'altra, indossando polimorficamente i panni degli altri, sventendosi della propria anima per abbracciare quelle altrui. Non vuole rubare, nè spiare, nè scappare, nè appropiarsi di ciò che trova transitando per poche ore nelle abitazioni prescelte. Forse cerca la pace o forse vuole donarla, una sorta di angelo con la missione di portare sollievo, riempire uno spazio vuoto fino a che trasbordi di amore. E così cura anche se stesso. Fin quando incontra gli occhi di lei che più degli altri andrebbero salvati. La ragazza è, infatti, vittima della violenza del marito.
Come ricordo delle sue incursioni, il giovane crea una galleria fotografica dove s'immortala con foto dei veri abitanti, accanto ai loro oggetti quotidiani, surrealismo e fantasia pura soprattutto nei suoi siparietti in carcere che culminano in un criptico occhio stampato sul palmo della mano. E il tutto nella più totale assenza di parole, comunicando attraverso i gesti e gli sguardi, imparando ad amarsi piano, condividendo tutto il resto, prima ancora del corpo. Il luogo fisico della Casa, dimora di una borghesia ipocrita e violenta (incarnata dall'amante violento della donna), è finalmente dominato dall’uomo che riempie di significato le parole vuote coi suoi silenzi e sguardi, salvo un significativo Ti amo pronunciato da lei verso la fine.
La sensazione finale è quella di un film anarchico, o meglio di personaggi anarchici che rifiutano qualsiasi soluzione basata sulla comunicazione, sul dover dare delle spiegazioni, in una totale assenza di fiducia negli esseri umani.
Realtà o sogno? Potenza del cinema, ma a volte anche della stessa vita. E come recita la frase a fine film: "...è difficile dire se il mondo in cui viviamo è sogno o realtà"

domenica 15 maggio 2011

Me and you and everyone we know.Miranda July. 2005


La gente si rassegna al mal di piedi, ma la vita ha in serbo di meglio

Il microuniverso di Miranda July, con questa pellicola al suo esordio, è intriso dalla difficoltà di comunicazione e dall’isolamento nel quale sono rinchiusi i suoi singolari personaggi. Miranda è Christine, una dei protagonisti: una folle artista senza successo, lavora come autista per persone anziane, ma ha solo un cliente, e come ogni artista confonde continuamente, nell'arte come nella vita quotidiana, la realtà conla fantasia. Incontrerà Richard, commesso di scarpe in crisi coniugale.
Due solitudini che s'incontrano e dispiegano le loro assurdità con i bambini che osservano straniati ed alienati gli adulti del tutto folli. E' un teatro beckettiano, dell'assurdo, che si perde nei difetti del cinema indipendente: discorsi banali, stile trascurato. Ma toccanti le scene che rievocano la caducità umana: Richard brucia la mano che non ha saputo ricomporre la sua famiglia, il pesciolino rosso che si cerca a tutti i costi di salvare, una gara di pompini, il bacio impossibile fra il bambino nero e la donna della chat.
Lirismo, poesia e scandolo, come i biglietti pornografici rivolti alle due adolescenti, qui sesso e amore non viaggiono all'unisono, è l'amore che comunica e il sesso ne esce svilito, ma è un istinto del tutto naturale, primordiale, al quale tutto è permesso senza falsi tabu'. Questo punto di vista, che voi lo condividiate o meno, dopo un po'diventerà, senza che ve ne accorgiate, anche il vostro:l'oscenità di alcune scene se all'inizio vi farà rabbrividire, poi vi divertirà. Questo è vero talento, anche un benpensante accetterebbe la scabrosità di questo film, che definirei uterino, vaginale, pensato da una donna e quindi mai volgare. E profondamente consolatorio: La gente si rassegna al mal di piedi, ma la vita ha in serbo di meglio.

giovedì 21 aprile 2011

Habemus Papam. Nanni Moretti. 2011


Lo psicoanalista Moretti viene forzatamente rinchiuso in Vaticano, mentre il neoeletto pontefice Piccoli evade, vagando per i bar, gli alberghi, le strade di Roma. La sala del conclave riecheggia la piscina di Palombella Rossa, un luogo dove le cose apparentemente accadono senza una ragione, un senso, dove i cardinali vengono analizzati e descritti con simpatia, affetto:(non sono riuscita a cogliete in nessun punto, possibili spunti su cui la Chiesa abbia potuto aver da ridire, semmai il contrario, una resa dell'uomo ecclesiastico fin troppo buonista rispetto alla realtà)sono ansiosi, insicuri, attendono il Papa, la suprema guida che riflette sul suo ruolo, divinamente umano, e ho trovato tutto ciò molto più credibile rispetto a dogmi quali l'infallibilità del Papa.
Impeccabile Michel Piccoli (il Papa)che osserva il mondo come un bambino e interpreta calandosi a pieno nella parte una straordinaria apologia sul dubbio, sul sentirsi inadeguati, sui sensi di colpa.
Un Papa senza nome, ma con caratteristiche mutuate da altri pontefici storicamente esistiti (non farò mai i nomi), un vero Papa sebbene finto, perchè l'unico che fugge dall’investitura che vuole fare di lui uno degli uomini più potenti della terra e che quindi non lo renderebbe più servo di Dio.
Per far sì che “tutto cambi” (come canta Mercedes Sosa) occorre che qualcuno, in alto, cominci per primo a fare un passo indietro:"la palla prigioniera che non esiste più da cinquant’anni", la chiesa deve svecchiarsi è questo l'intrinseco messaggio. Ma Moretti ne canta quattro anche alla psicoanalisi, anch'essa ormai senza nulla da dire, ancora condita di spersonalizzate formule vuote e inutili: “lei soffre di un deficit di accudimento”(ripete spesso la voce dell'alter ego di Moretti, Margherita Buy, la moglie separata, anch'essa analista di professione). I limiti della fede, il Papa alla fine abdica, la guida ha bisogno di una guida e i limiti della Psicanalisi che non può davvero aiutare un uomo in piena crisi d'identità, uno psicanalista che dovrebbe essere psicanalizzato: separato, pieno di se stesso, ma al contempo fragile per l'abbandono e il nuovo amore della moglie. Il Papa in fondo sognava di fare l'attore, ma non fu preso e Moretti crede d'essere il migliore (perchè tutti glielo dicono)ma a parte organizzare un torneo di pallavolo non sa fare null'altro.
Solo tanto polverone le critiche della Chiesa, un film per nulla anticlericale, ma se tutta questa pubblicità può spingervi ad andare al cinema, boicottiamolo pure.

domenica 17 aprile 2011

Arizona dream. Emir Kusturica .1993


"A volte occorre sbattere la testa contro un albero per capire ciò che si deve fare, e che il segreto delle cose è privo di significato... Quando avevo visto nell'hangar la pistola, mi ero sentito subito nervoso, perché era identica a quella del mio sogno. Mai nella mia vita avrei pensato di diventare un eschimese in mezzo al deserto, consapevole di dover uccidere qualcuno per metter fine alla sua infelicità. E all'improvviso vidi tutto chiaramente, come quando si pulisce il vetro appannato di una finestra. Temevo che se non avessi fatto niente, da un momento all'altro sarebbe esploso qualcosa, magari io; e così decisi immediatamente di uccidere, per evitare di uccidermi. L'unico problema era che, essendo entrambe così infelici, non sapevo quale delle due uccidere. Per l'ultima volta udii una voce che non era quella di mia madre sussurrare: "Buongiorno Colombo", e non ne fui turbato; e alla fine la voce si abbassò fino a diventare un vento che spazzò via il rassicurante odore di acqua di colonia, e per la prima volta in vita mia mi resi conto come Colombo che dovevo vivere in un mondo di scadente acqua di colonia, e che forse in America non c'erano altre cose da scoprire. Contare i pesci non sarà stata una scienza ma in qualche modo mi preparava per l'oceano".

Il più europeo tra gli attori americani, Johnny Depp è qui Axel, vive a New York dopo la morte dei genitori avvenuta in un incidente d'auto, qui lavora come impiegato presso il Dipartimento per la Caccia e la Pesca e tratta i pesci come i suoi migliori amici, li preferisce agli umani e sogna un palloncino rosso portato dal soffio ghiacciato dell'Alaska. Ama abbandonarsi in visioni oniriche, le stesse che poi aprono il film: degli eschimesi trovano un raro pesce che possiede, nella sua fase matura, due occhi dallo stesso lato, ma che permette di guadagnare altri aspetti dell'esistenza se pur si perde una parte della visione. Fin da subito vien così delineato il messaggio intrinseco del film: il problema del sognatore. Il pesce freccia, infatti, subisce lo spostamento di uno dei due occhi nel momento della maturità, perdendo la visione prospettiva, quindi completa, ma guadagnando in pragmatica e praticità. Immagine fedele di Axel, Grace ed Elain (le altre due protagoniste femminili del film) che sono infantili: Axel, come spesso viene ripetuto per bocca di Paul, "è un ragazzino", Grace gioca con le sue tartarughe, Elaine vuole volare e ha relazioni solo con ragazzi molto più giovani di lei.
Axel esce da questo mondo trasognato che si è creato, viene a "rapirlo" il suo amico Paul per riportarlo in Arizona (dream), per far da testimone alle nozze di zio Leo (è proprio lui si, il mitico Jerry Lewis). Qui conoscerà Elaine, una bionda bellissima, ma ormai matura che ha ucciso il marito, tenendo però con sè la sua gelosissima e invidiosa figliastra Grace, con continue manie suicide. Axel si innamorerà di Elaine,(Non lo credevo possibile, ma l'amore mi piombò addosso come unelefante, e fui scagliato in una giungla di sogni) anche se i due non se lo dichiareranno mai apertamente, e si trasferisce in casa sua, dove la aiuta a costruire una macchina volante che realizzi il sogno della donna di volare.Leo (lo zio), prossimo al matrimonio con una giovane polacca, si suicida, e Axel si avvicina sentimentalmente a Grace, ma quando i sogni, però, sono giunti al capolinea e Grace, non è più in grado di sostenere il peso dell'esistenza, si spara in bocca.
Farsa e depressione, sono queste le fasi alterne della pellicola, nell'irrealtà di un mondo attorno che via via si dissolve, fino a sparire. Un film di formazione, sul passaggio dall'adolescanza alla fase adulta, quel periodo in cui ogni giorno si vuol diventare qualcuno o fare qualcosa di diverso, in cui scappiamo dagli errori dei genitori, siamo in rivolta, si cresce solo "ammazzando" la figura genitoriale. E Axel, infatti,allontana da sè l'idea di poter diventare un giorno come suo zio, ma allo stesso tempo non resiste all'eroe della propria infanzia, profumato di colonia scadente, che crede nel sogno americano. Ottima la resa del suo disagio nella pragmatica vendita di macchine nella concessionaria (voluta insistentemente dallo zio),perchè rivela quando egli, in realtà, sia più consono a sognare esquimesi che pescano pesci malformati nello stretto di Bering. E sarà il trionfo del kitch e del sogno, il padre di Axel, infatti, diceva: "Se vuoi conoscere l'anima di un uomo, bisogna chiedergli cosa sogna".
Voli onirici, ma anche reali: Elaine, raccontando ad Axel di aver sempre saputo di saper volare, ma di non averlo mai detto a nessuno, perché se qualcuno lo avesse saputo avrebbe potuto farla cadere, accende nel ragazzo la voglia di tentare quel decollo, è vitale per loro: rappresenta l'unico modo per staccarsi dalla bruttura del reale, reinventando in alto la loro esistenza, credendosi grandi artisti.
Un Kusturica che lascia sempre un po'interdetti, se si cercano simboli e significati si finirà per impazzire. Immergetevi nell'eccellente fotografia, volate coi protagonisti, danzate sulle note di un Goran Bregovic da brivido. E tutto qui.

giovedì 7 aprile 2011

Miral di Julian Schabel. 2010

(Nadia si lascia morire tra le onde del mare)

Miral. Come il fiore che nasce sui cigli delle strade e dal quale germogliano altri fiori:due donne, la sua insegnante Hind, fondatrice di un orfanotrofio, e la madre Nadia. Tre trame al femminile intrecciate alle voci di chiunque abbia esercitato un’influenza su di loro, e a alle voci delle innumerevoli storie simili a quella di Miral, la bellissima palestinese che vive in Israele nel collegio-orfanotrofio fondato da Hind Husseini. Nadia, che si lascia annegare tra le onde del mare, e la zia di Miral che ha compiuto un grave attentato, costringono quello che lei crede essere il suo vero padre a cambiarle identità e ad allontanarla dalla famiglia, ma non si sfugge al destino e nel collegio la giovane seguirà attivamente le vicende che condurranno agli accordi di Camp David e manifesterà, facendone le spese, a favore della causa palestinese. Miral rappresenta la generazione allevata nel pieno dell’occupazione e solo chi ha coltivato nonostante tutto un sogno di pace attraverso l’amore, l’istruzione e la speranza, è riuscito alla fine a vincere. E'la storia di una vittoria al femminile, velata, timida, zoppicante, umiliante: bellissima la scenza della violenza consumata su una donna espressa nel dettaglio di una macchina da presa, che per il pudore di un gesto così vile e oltraggioso indugia, sgrana, sfoca l'immagine, l'azzittisce, ammutolisce, per poi rivelarla solo alla fine, quando tutto è compiuto. Una storia un po'disordinata, difficile e a tratti noiosa da seguire, poco pathos, un generico appello alla pace, ma che ha la pecca di non diventare mai un vero e proprio grido.

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