domenica 19 gennaio 2014

Schiavi di Stefano Mencherini, 2013

Stefano Mencherini è un giornalista indipendente, autore e regista Rai. Schiavi è il suo nuovo film.documentario presentato ieri sera alle 18.00 presso le Officine Culturali Ergot di Lecce. Ena, emergenza Nord. Africa, uno dei tanti pretesti per dirottare denari pubblici e calpestare i diritti umani e civili, e così rifugiati, richiedenti asilo e irregolari finiscono nella rete dei nuovi schiavi. Sono 26.490 gli immi­grati iden­ti­fi­cati e sbar­cati sulle nostre coste a par­tire dallo scop­pio delle primavere arabe nel 2011, fino al marzo 2013 quando è stata dichia­rata chiusa l’«emergenza Nord Africa». A Napoli la protezione civile ha dato 45 euro al giorno a migrante agli albergatori, ma gli “ospiti”, di fronte alla tele­ca­mera, hanno rac­con­tato di giri di droga e di pro­sti­tu­zione, d’infiltrazioni mafiose, di assenza totale di poli­ti­che d’integrazione. Il regista ricorda come qui nel nostro Salento molte sponde altro non siano che fosse comuni per immigrati senza nome annegati insieme alla loro speranza di un futuro migliore. E grida allo scandalo dei 22 tra caporali e imprenditori di Nardò che dopo il processo in corso a Lecce per riduzione in schiavitù, ora reiterano il reato. In scena la disperazione e la rabbia dei migranti, l'assenza totale dell'unione europea, l'attenzione poi sul circa 1 milione e 300 mila euro affidato alla Protezione Civile come se l’immigrazione sia un disastro ambientale; e tutto questo senza risparmiare alcuno: dal ghetto di Foggia a Rosarno in Calabria, passando per la Campania e poi fino nel Nord Italia. La voce narrante è quella di Ibra­him che racconta la sua storia di spalle, attraverso due continenti: fuggito dalla Costa d’Avorio e costretto in schiavitù in Libia, viene caricato a forza su una carretta verso Lampedusa prima del crollo del regime di Gheddafi e una volta in Italia finisce a raccogliere angurie in Puglia. Un regista che lavora in Rai, ma che non vedrà andare in onda nemmeno questo suo secondo lavoro, dopo Mare nostrum del 2003. La bella Rai, il nostro servizio pubblico, quella che paghiamo per disinformarci. Il regista ha quindi autoprodotto e autodistribuito il film in dvd.

giovedì 16 gennaio 2014

Il Grande Gatsby di Baz Luhrmann. 2013

"« Gatsby credeva nella luce verde, il futuro orgiastico che anno per anno indietreggia davanti a noi. C’è sfuggito allora, ma non importa: domani andremo più in fretta, allungheremo di più le braccia … e una bella mattina… Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato.»".
Siamo alla quarta versione del romanzo di Scott Fitzgerald, la versione sicuramente più patinata di tutte, la più glamour e sonora. Quasi un musical. «Così remiamo, barche controcorrente, risospinti senza sosta nel passato.» recita il romanzo, ed è proprio il passato ad essere il pensiero ossessivo del "grande Gatsby", misterioso miliardario, con villa sfarzosa che organizza feste. Siamo negli anni 20. Il jazz, titoli di borsa alle stelle, prima del grande crollo, alcool di contrabbando. Ma il jazz viene riadattato con colonne sonore hip.hop. Una genialata. Nick si trasferisce a New York dal Minnesota, una città troppo chiassosa, rumorosa, troppo per lui. E'lui la voce narrante, è in cura da uno psichiatra - New York e la storia con Gatsby l'ha gettato in depressione- e viene da lui indotto a scrivere un libro su Gatsby. Non se ne capisce il bisogno. Nick è fondamentale perchè di sicuro è l'unico a comprendere lo spirito pulito e sognatore di Gatsby: “tu vali da solo molto di più di quanto possano valere tutti quanti loro”, ma nel romanzo manca il passaggio psicanalitico. Tutto per lei, per la sua Daisy. Non una semplice storia d'amore per una donna, ma per quella "luce verde" che c'è in ognuno di noi, ma che non tutti seguiamo. "Era gente sbadata, Tom e Daisy - rompevano cose e persone e poi si ritiravano nei loro soldi e nella loro enorme noncuranza o qualunque cosa fosse che li teneva insieme, e lasciavano che fossero altri a pulire lo sporco che lasciavano...". Grazie Gatsby. Dedicato a tutti coloro che sanno commuoversi per una piccola luce verde.

giovedì 9 gennaio 2014

La conversazione di Francis Ford Coppola. 1974

"Io me ne frego, sono cavoli loro. Voglio solo una bella registrazione chiara"
Sono gli anni della presidenza Nixon, sono gli anni del Watergate. E Coppola confeziona giustamente un film paranoico. Sangue nella toilette. Personaggi freddi, autoconservazione della specie, gloria. San Francisco è deserta, sembra un cimitero, case distrutte o in costruzione, poche presenze umane. Harry, il protagonista, non ama parlare di sè, lo fa solo in sogno, in quella dimensione irreale dove nessuno può nuocergli. Sono le ansie dell'intercettatore, Harry, che non vuole essere intercettato, ma che però vuole salvare il mondo, è un giusto. A causa delle sue intercettazioni, anni fa, una famiglia venne sterminata, non vuole che l'errore si ripeta. Ci riuscirà? Harry sa davvero riconoscere la vittima e il carnefice? La realtà inganna. Una perfezione geometrica, ogni cosa è a suo posto, la regia è maniacale come Harry, un ordine che disorienta e fa paura. Il paese è in crisi di identità e ciò si riflette sui suoi cittadini. L'ineccepibile Coppola lo rende alla perfezione. Questo s'intuisce già dal perfetto incipit: la macchina da presa cala dall’alto, sulla piazza gremita di persone, per poi restringersi sui due protagonisti da intercettare, siamo noi a spiarli. Metafora della potenza del cinema. Harry, come anche il regista, guarda la realtà, ma per decifrarla -non basta osservare- suggerisce la pellicola, allo spettatore che osserva, come al protagonista, viene chiesto uno sforzo in più. Perciò Harry entra in crisi. Lui che sta tra la gente ma che in realtà è sempre solo con se stesso, non sa capire. Infila le chiavi nella toppa senza far rumore, dà lo scarico per non destare sospetti sui suoi rumori. E dopo? Un film sonoro, fatto di voci e interferenze e di Harry che suona il sax in quella casa che sembra un dipinto freddo, senza alcuna parvenza estetica. Ma che colpisce e convince.

sabato 28 dicembre 2013

The Magdalene Sisters di Peter Mullan. 2002

"Sarei disposta a commettere qualunque peccato pur di uscire da questo posto"
Vincitore del Leone d'oro alla 59° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia. Musica irlandese ad un matrimonio. Si apre così il film. Tre ragazze (insieme ad altre e con donne non più giovani):Bernardette un'orfana che, secondo la sua direttrice, ha il destino dell'ammaliatrice e per questo deve essere "raddrizzata", Rose con un bambino senza un marito, peccato mortale, Margaret violentata da un cugino. Un'arancia a testa per Natale e per il resto solo lavori forzati e soprusi da lager. La storia che vi colpirà come un pugno nello stomaco sarà quella di Crispina, una povera ritardata, ragazza madre, rinchiusa poi in manicomio quando rivela pubblicamente i servigi sessuali resi al prete pastore del convento. Ripropongo un altro film sul medesimo argomento a distanza di un giorno perchè la civiltà occidentale ritengo non sia migliore, nè mentalmente più avanzata dell'Orientale e perchè l'ultimo di questi conventi lager è stato chiuso SOLO nel 1996. Una pupilla insanguinata. Guarderete così l'intero film e penserete a quelle 30.000 donne. Il Cardinal Ersilio Tonini gridò scandalizzato che il Festival era stato disonorato. L'Osservatore Romano tuonò su un film che è una caricatura mal riuscita e di cattivo gusto. Il film fu infatti interamente girato in Scozia, patria del regista, proprio per paura dell'opposizione irlandese. Sublime la fotografia essenziale e povera. Eucaristia e fellatio. Bernardette che si scioglie i capelli. L'espressionismo di alcune scene rende questo film davvero un capolavoro. E non solo perchè sono femminista. Buon 2014 di libertà.

venerdì 27 dicembre 2013

Philomena di Stephen Frears. 2013

"Chi viaggia in prima classe, non è detto che sia di prima classe!".
Il dramma delle lavanderie irlandesi, strizzare panni per espiare le colpe. Questo secondo le suore irlandesi degli anni 50. Che come se non bastasse, oltre a mettere in pericolo la vita delle giovani donne partorienti, ospiti presso il loro istituto, tanto da far morire spesso di parto nascituro e madre, vendevano poi questi bambini agli americani. Nonostante questo suo passato Philomena, con un'anca al titanio, è una cattolica molto devota, appassionata di romanzi rosa, di quelli un po'patetici in cui il granduca s'innamora della sua sguattera, salvo scoprire alla fine che ovviamente è nobile anche lei. Martin Sixsmith non è come lei. E'un ex giornalista, ateo, faceva parte dello staff di Tony Blair, ma poi ne viene allontanato e si appassiona, mentre è in cerca di dare una nuova svolta alla sua carriera, alla storia di Philomena. Philomena e Martin hanno realmente compiuto questo viaggio alla ricerca del figlio di lei e attraverso i titoli di coda finali, il regista c'informa di come molte madri ospiti in questi istituti religiosi ancora siano in cerca dei loro figli. Indignazione, viene da chiedersi dove fosse il governo irlandese quando si perpetravano simili vili azioni. Ma la chiave del film è nella frase "Ti perdono" con cui Philomena accetta la sua sofferenza e scagiona le suore cattive che le hanno impedito di riabbracciare il figlio. Un film dal gusto british e quindi politicamente corretto. Un po' troppo. Ma è pur sempre Natale.

domenica 17 novembre 2013

Female Perversions di Susan Streitfeld. 1996

In fondo chi non si fa rasare il monte di Venere prima di fare l'amore? A parlarne è la nota psicanalista e psicoterapeuta americana Louise J. Kaplan, che qualche anno prima dell'uscita del film, nel 1991, ha scritto il famoso saggio clinico Female Perversion - The Temptations of Emma Bovary. Tema del saggio è l'ipotesi secondo cui le donne non sono state considerate perverse perchè le loro perversioni non sono mai state ricercate in quei comportamenti femminili dove esse si annidano: cleptomania, l’anoressia, piccole mutilazioni e tagli di cui il film appunto è pieno. Produzione, scenografia, fotografia e musica tutto interamente curato da donne e dalle loro perversioni. In effetti, il film si apre già con una dicitura sul cuscino della protagonista:"Le perversioni non sono mai ciò che sembrano essere". Eve è qui la protagonista, spesso nuda, con addosso bende in chiaroscuro, cammina su un filo teso, tentando di mantenere l’equilibrio, al fine di non cadere in una piscina a forma di croce. Una re e una regina tirano le corde attorcigliate attorno alle sue caviglie e polsi. Un richiamo ai suoi ricordi che la tormentano, nei quali vi è appunto una piscina, al bordo della quale vi sono i suoi genitori che giocano a carte. Carte che finiscono galleggiando in piscina e suo padre che respinge aggressivamente le avances della moglie in vena di provocarlo sessualmente. Eve conduce una vita dissoluta privatamente, irreprensibile sul lavoro, ha due relazioni: con un ricco biondo in affari e una giovane psichiatra, e fa di tutto per scappare via dallo stereotipo di donna-moglie-madre, che non vuole incarnare. Un film veramente fin troppo complesso e anche angosciante. Anche patetico per certi aspetti. Uno dei peggiori film mai visti. Demenziale la ragazzina che, ad ogni sua mestruazione, celebra il funerale del bambino che avrebbe potuto nascere. Se il titolo vi lascia presagire scene di alto erotismo, cambiate strada, avete imboccato quella sbagliata. Di erotico c'è veramente molto poco. C'è poco di tutto, molto di nulla.

venerdì 15 novembre 2013

Un affare di donne di Claude Chabrol. 1988

"Ave maria piena di merda, marcio è il frutto del ventre tuo..."
Marie-Louise Giraud. Forse, l'ultima donna condannata a morte per ghigliottina in Francia nel 1943. Procurava gli aborti a donne del suo paese rimaste incinta dai gendarmi tedeschi e affittava camere alle sue amiche prostitute. Questa l'accusa, da parte del vile generale venduto-collaborazionista Petain. E la condanna verrà ovviamente da un tribunale di soli uomini, gli stessi che inguaiavano le sue "clienti". Francia, sconfitta dai tedeschi che vuole mostrare pugno di ferro nella difesa della moralità pubblica. Sarà quindi la fine, l'avvocato lo capisce subito. Non c'è scampo. Tu credi che hanno un'anima i bambini in pancia alla madre? - è il dubbio che ad un certo punto assale la protagonista. -Bisognerebbe che prima ce l'avessero le madri. risponde l'amica prostituta. Marie viene descritta come fredda e solo legata al dio denaro: È facile non fare stronzate quando si è ricchi, ma il dubbio è che l'immagine che ne viene data sia quella di una donna cattiva, solo per giustificare la sua condotta troppo libera. Tanti i segnali nel film di quella che sarà la punizione finale della donna: il figlio che dice di voler fare il boia da grande, l’oca decapitata alla festa paesana che il suo amante le regala, l'uomo sparato in pubblica piazza che raggiunge Marie e la guarda fissa negli occhi prima di morire. Impeccabile Isabelle Huppert, la sua interpretazione è l'unica nota positiva che salverei del film. Bocciata sia la libera interpretazione, i fatti non sono documentati, - perchè quindi infangare così una donna- sia il messaggio veicolato. Si legge, infatti, alla fine: "ayez pitié des enfants de ceux que l'on condamne", "abbiate pietà dei figli di coloro che condanniamo". Roba da non crederci!! Di Marie condanniamo solo la visione intima che il regista ne dà, una visione sua, personale, e che nulla a che fare con il ruolo sociale che la donna rappresenta. Questo lo rende dunque un importante documento da far vdere a tutti coloro che, ancora oggi, si oppongono all’aborto legalizzato, dimenticando che in un passato per niente remoto abortire per una donna significava rischiare la propria vita.

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