lunedì 20 luglio 2015

The Wolf of Wall Street di Martin Scorsese. 2014

"Mi chiamo Jordan Belfort. L'anno in cui ho compiuto 26 anni ho guadagnato 49 milioni di dollari, il che mi ha datto molto incazzare, perchè con altri 3 sarei arrivato a un milione a settimana"
Il gotico Shutter Island del 2010mi aveva letteralmente conquistata. Insomma Martin Scorsese è un fuoriclasse e non si discute. Eppure questo film non merita di essere visto. Il film è tratto dalla storia vera di Jordan Belfort che lui stesso ha raccontato in un libro. Ogni lupo che si rispetti deve vivere in branco e Belfort se ne è costruito uno fatto di suoi vecchi amici. Non gangster, qui siamo però nel mondo della finanza.La sceneggiatura convince, è perfetta: Belfort racconta al passato ricostruendoci la vicenda volgare e patetica Soldi, sesso e stupefacenti. Questo film ha tutti gli ingredienti per essere definito una classica americanata, regola delle tre esse compresa."Fuck" viene ripetuto un milione e mezzo di volte, anche senza motivo.Sesso con prostitute divise con metodo accurato per fasce di prezzo, orge in ufficio al suono della campanella di fine contrattazioni, nani imbracati lanciati come freccette contro un bersaglio carico di dollari, droghe consumate fino a sfinimento per non esaurire il propellente del delirio. E la scena della ragazza nuda con i soldi incollati sulle chiappe? No, grazie, ho visto abbastanza. Senza emozioni. Gli affari diventano qui un mezzo per sostenere l’edonismo da teatro dell’assurdo, l’epica ostentazione di ciò che fa vibrare gli organi meno coscienti del corpo, con la banalissima conclusione che alla fine non tutto poi si può comprare.

giovedì 9 luglio 2015

La madre di Angelo Maresca. 2014

Tratto da un romanzo di Grazia Deledda, di una Sardegna in cui, nei piccoli centri, il rigore dei principi e la repressione sono ancora dominanti, ma ambientato a Roma, nel quartiere Eur e allocando la chiesa nel Colosseo Quadrato. Tanti i campi lunghi che permettono di seguire negli spostamenti, anzitutto della madre, che va avanti e indietro ostinata e rabbiosa nella sua lotta di dissuasione sugli amanti. Maddalena è stata prima un’orfana, poi una serva, poi una ragazza madre, infine una giovane vedova. Don Paolo è figlio di una violenza, confessa i suoi parrocchiani guardandoli negli occhi, come un marito fedifrago, lui che è avvinto da carnale passione alla bella borghese Agnese. Amore materno ossessivo, pedina il prete mentre si reca dall'amante, con gli stessi diritti di una moglie tradita. Lei, gambe tornite e corpo appesantito, da quella vetrata osserva il loro peccato. Don Paolo si lava e profuma prima dell'appuntamento e il regista non è avaro nemmeno nel mostrare tutti i suoi amplessi, i due consumano un frettoloso rapporto persino in Chiesa. Una canonica spoglia, ma piena di luce, così come la casa che il prete divide con la madre: con enormi quadri alle pareti con scene angoscianti a rappresentare il senso del peccato, statue ricoperte da teli, vetri offuscati che, anziché far trasparire, nascondono. Carmen (la madre) è spagnola e di umili origini, la donna che Paolo sceglie è bionda, alta, sofisticata, altera, quasi glaciale, ricca, vestita spesso di bianco e nero come l’ambiente intorno. Una donna viziata, di quelle incapaci di perdere. Questo è limite del film: troppe spiegazioni causa-effetto, l’origine della vita dei personaggi andrebbe intuita dalla scrittura, perché il determinismo in psicologia e nella vita è sempre riduttivo e pericoloso. Brutto anche il flashback gratuito, dove Carmen lava il figlio ormai adolescente, mentre gli chiede se è contento della sua vita in seminario e lui non può che rispondere di sì.Un incestuoso dramma edipico svenduto senza sentimento.Tanto da non capire, per tutta la durata del film, se Paolo soffre di più per la disubbidienza a Dio o per il sacrilegio di dover disubbidire alla Madre.

mercoledì 8 luglio 2015

Under the Skin di Jonathan Glazer. 2013

"Will You Come With Me?"
Jonathan Glazer è un nome di tutto rispetto: a lui associo i videoclip dei Massive Attack, Radiohead. Under the skin richiama moltissimo, infatti, l'atmosfeta onirica, ipnotica di Karma Police, ambientando la pellicola nelle cupe e fredde atmosfere scozzesi, fatte di cieli plumbei, mari in burrasca che inghiottono suicidi disperati e spiagge deserte dove bambini abbandonati piangono nell'indifferenza della solitudine. Un motociclista misterioso recupera il corpo esanime di una donna ai lati di una strada. Trascina quello che sembra un cadavere sul cassone di un camion dove, un'entità aliena si appropria di quel corpo letteralmente indossandolo. E in questa nuova veste la "donna", viaggiando per la Scozia col suo camiocino adesca uomini soli, preferibilmente senza affetti familiari e complicazioni varie, e li fa scomparire. Campi lunghi, inquadrature fisse e liqudo nero che inghiotte le vittime poco prima dell'amplesso. il suo scopo è proprio questo: accalappiare uomini con l’arma della seduzione, lei mantide di chissà quali galassie, opera in un microcosmo in cui agisce senza comprendere. Non sa provare pietà, empatia, non sente nulla. Finchè un giorno non comincia a prendere consapevolezza del suo corpo, lo scruta allo specchio e sceglie di farsi preda per sentirlo. Perchè come gli alieni di District 9, anche lei si fa strumento per osservare noi stessi, per misurare il grado di (dis)umanità della nostra specie. Gelido, cattivo, quasi entomologico, incorniciato da un’ambientazione perfetta e una interpretazione della Johansson a grado zero. Un esperimento visivo straniante, grazie anche all'affascinante colonna sonora di Mica Levi

lunedì 6 luglio 2015

Lucy di Luc Besson. 2014

Mamma, sento tutto. Lo spazio. La terra. Le vibrazioni. La gente. Riesco a percepire la gravità. Riesco a percepire la rotazione della terra. Il calore del mio corpo. Il sangue nelle mie vene. Riesco a percepire il mio cervello. Il profondo della mia memoria. Il dolore nella mia bocca. Ora capisco queste cose. Riesco a ricordare la sensazione della tua mano sulla fronte quando avevo la febbre. Ricordo di accarezzare il gatto, era così morbido. Ricordo il gusto. Il gusto del tuo latte nella mia bocca. Il sapore, il liquido caldo.
Un pasticciaccio pop, ma con una premessa: non è vero che usiamo soltanto il 10% della potenza del nostro cervello. Si tratta di una credenza popolare molto diffusa e ampiamente fomentata da vari film, libri, pubblicità ecc. In realtà, usiamo tutto il nostro cervello e non soltanto una piccola parte (tranne nei casi in cui ovviamente delle malattie o dei danni cerebrali hanno colpito alcune aree rendendole inutilizzabili. Lucy, però, a contatto con una nuova droga riesce a sviluppare la capacità di utilizzare al massimo il suo cervello (il film sostiene che un essere umano può solo usare 10% della sua capacità mentale). Scarlett Johansson non ha nulla da invidiare alla Milla Jovovich de Il quinto elemento, e ricorda molto Nikita, a cui Besson non smette per un attimo di pensare: bastano i primi venti minuti del film, senza dubbio i migliori, per capire quanto il regista si rifaccia al suo vecchio action (ad oggi il suo film più bello), anche quello alle prese con una ragazza "sballata" che si trasforma in donna letale. Le donne incinta producono una sostanza naturale chiamata CPH4, base dello sviluppo osseo del feto. Sintetizzare in laboratorio questa sostanza vorrebbe dire generare una bomba chimica capace di aprire porte della mente ancora sconosciute e di sprigionare infinite potenzialità inespresse. In contemporanea ad una conferenza - dove l'eterno Morgan Freeman ci espone la teoria della storia dell'uomo, illustrando come il nostro cervello sia utilizzato di media al 10 % con punte massime del 20, esponendo le eventuali e fantastiche facoltà potenziali di quell'ottanta percento inesplorato -assistiamo alla storia di una 24enne che per obbligo del fidanzato diventa corriere della droga: una potentissima combinazione sintetica, sistemata nel pancino. Da qui l'accidentale rottura del “prezioso” plico provoca una serie di reazioni psico/fisiche che incrementeranno le potenzialità cerebrali di Scarlett dal suo anonimo cinque/sei per cento fino a al cento, anche se non si capisce bene l'utilizzo che poi decide di farne, come ad esempio quando dice al poliziotto:“fermami quelli la fuori”,ma fermateli da sola no?! Bellissima la scena della conversazione telefonica con la madre, il tutto mentre un chirurgo cerca di metterle i punti di sutura senza anestesia. Cpme anche l'incontro tra le due Lucy: le dita delle due prime donne che si incontrano sono il principio e il futuro del cambiamento, "dall’evoluzione alla rivoluzione" si ascolta a un certo punto del film, perchè il messaggio attraverso Lucy di Besson è che saranno la conoscenza e l’autoconsapevolezza a migliorare le persone e a salvarci. Peccato che le buone idee di scrittura debbano essere sempre subordinate all'intrattenimento.

lunedì 15 giugno 2015

La Pirogue di Moussa Tourè.2012

E'cominciata ieri sera alle 20.30 nel quartiere Leuca di Lecce la rassegna "Cinema intorno al mondo" dell'associazione Meticcia. Il primo film ospitato viene dal Senegal, per capire cosa sia il mare, per guardarlo dall'altra parte del mondo: quello di chi non lo solca con una tavola da surf o per villeggiatura. Il viaggio è, infatti, uno di quelli clandestini e pericolosi, che pure si pagano in anticipo, e a caro prezzo, accettando le scomodità, la fame, la sete, il freddo, il rischio di non farcela e rimanere per sempre sepolti tra i flutti. Fin dall’inizio si intuisce che la spedizione non arriverà lontano. La tempesta fa una bella strage, un po’ annegano, altri muoiono per fame. Gli spagnoli rimandano a casa chi è rimasto vivo.

venerdì 12 giugno 2015

Berlin Calling di Hannes Stoehr. 2008

Ci sono dipendenze buone e dipendenze cattive, e se quella da droga può distruggerti, la fame di vita, di amore, di musica e in definitiva di Arte, può salvarti la pelle. E salverà Ickarus, il dj protagonista, figlio un po'della ribellione punk, un po' del cinismo dei bambini tossici dello zoo di Berlino. Ickarus, come molti, rifiuta la realtà e punta disperatamente all’estasi componendo la colonna sonora di un paradiso marcio per regalare ore di trance mistica a te stesso e a migliaia di ragazzi, ma poi rimangono gli effetti degli acidi e le convulsioni sul ciglio del marciapiede. Assonanza al celebre album dei Clash (London Calling)perchè la musica è la vera padrona indiscussa del film, anche se il sound con cui si muove la Berlino post-muro è solo elettronico. Martin non ha veri amici, la sua ragazza-manager preferirà a lui la sensibilità meno tormentata di una donna, forse perchè interessata più alla sua produzione che a lui; la famiglia è distante nonostante i buoni rapporti: il fratello ha scelto un'altra vita e il padre è un predicatore. Anche gli addetti al “recupero” in fondo lo vorrebbero solo dipendente in un modo istituzionalizzato.

mercoledì 10 giugno 2015

Into the Woods di Rob Marshall

”Le streghe possono essere giuste, i giganti possono esser buoni. Decidi tu cos’è giusto, decidi tu cos’è buono”:
Raperonzolo, Cenerentola, Cappuccetto Rosso e Jack e la pianta di fagioli, con l'aggiunta di una coppia ex novo: una madre e un padre in cerca di una gravidanza che non arriva. e quindi un narratore, come da tradizione, comincia a raccontare: C’era una volta, in una terra lontana, lontana……una bambina.…un contadino.…un’orfana.…una principessa.…una coppia di sposi.…una strega (Meryl Streep). Ho risploverato questo musical per godermi il lupo di cappuccetto Rosso: Johnny Depp, che ieri ha compiuto i suoi primi 52 anni. Come lascia intuire il titolo: il vero protagonista è il bosco, dove spesso i personaggi delle fiabe si addentrano per essere ingannati, braccati, sorpresi o soccorsi. Il bosco, e i suoi mille pericoli, mille inganni, mille sogni, mille speranze, mille futuri, a seconda del sentiero che si decide di imboccare o si intraprende in modo casuale, magari spinti da un lupo, o da una stupida mucca. Il bosco è la nostra zona d'ombra, quella che dobbiamo attraversare per rinascere o morire. Nessuno qui è perfetto: i fornai avrebbero rubato il mantello di una ingenua Cappuccetto Rosso, ingannato un contadinotto per sottrargli la mucca, strappato i capelli di Raperonzolo e tolto la scarpetta ad una Cenerentola nell'attimo della fuga, pur di avere un figlio. Tutto ciò aiutando la strega che, fin dall’inizio, ammette di essere la responsabile della maledizione che grava su di loro, ma lanciata solo per riparare ad un torto. Quindi siamo lontani da personaggi fiabeschi eroi ed eroine, perfetti e virtuosi. A parte questo i musical ancora una volta non mi convincono. Quando ho capito che Jonnhy Depp non sarebbe più riapparso, mi sono addormentata.Salvo costumi, scenografie e Jonnhy Depp. Tutto troppo lungo e noioso, il principe di cenerentola dongiovanni è un tradimento puro al genere femminile che sogna fin da 6 anni il principe azzurro, testi delle canzoni banali.

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