venerdì 27 giugno 2014

La gelosia di Philippe Garrel. 2013

È da molto tempo ormai che so chi sono, è la mia fortuna e allo stesso tempo la mia condanna, ed è per questo che so che ti amo, ti amo per quello che sei, per quello che pensi, Ti amo ed è Definitivo”.
Inizia ufficialmente la stagione estiva. Quella che in altre parti del mondo viene considerata ideale per il lancio dei blockbuster e che da noi è sempre utilizzata per promuovere in sala pellicole che in altri periodi dell'anno non trovano spazio. Sul finire degli anni cinquanta, esplode in Francia uno dei movimenti cinematografici più importanti e affascinanti della nostra storia, la Nuovelle Vague. La vita sullo schermo diventa riproduzione fedele e surreale allo stesso tempo, i sentimenti - dai più romantici ai più violenti - governano storie e personaggi come nei dipinti impressionisti, la lingua francese diventa codice universale per urlare cambiamento, rivoluzione. Un menage a trois tra un giovane attore, un'attrice più matura e la recitazione. Storia vagamente ispirata alla storia autobiografica dello stesso regista: quella di suo padre – l’attore Maurice Garrel – della fine dell’amore con sua madre – quando Philippe è ancora un bambino – e della sua passione, la più grande della vita, per un’altra donna, che lo lascerà per una vita agiata e più comoda. La piccola Charlotte con un cambio di genere, è Philippe bambino, ricambia l’affetto paterno ed è affascinata dalla nuova compagna del padre. La scenografia è secca ed essenziale, tanti gesti, le mani spesso inquadrate del protagonista esprimono e prendono il posto della sua anima: la tocca, la cinge per trattenerla, sapendo in cuor suo che presto andrà via, un film fisico, di bisogno, di vicinanza. Tattile.

sabato 19 aprile 2014

Love in the time of cholera di Mike Newell. 2007

A Gabriel Garcia Marquez
"Cinquantatré anni, sette mesi e undici giorni, notti comprese"... Florentino Aziza è un uomo paziente, fiducioso e determinato, innamorato di Fermina Daza - la più bella ragazza di tutta la Colombia. Un trattato sull'amore di 392 non era certo cosa facile da mettere in scena, l'impresa non riesce soprattutto nella fotografia, le scene sembrano tratte da una soap opera Americana, il libro crea più magia e atmosfera, soprattutto nella scena più importante: quando il dottor. Juvenal Urbino (Benjamin Bratt), rimane folgorato alla vista della malata, l’innocente e virginea Fermina, sospettata di essere affetta da colera. In realtà la povera ragazza è solo malata d’amore e il lungimirante medico lo capisce e comincia a corteggiarla. Florentino, venuto a sapere delle nozze dei due, trascorrerà metà della sua vita a cercare l’amore nei letti caldi di altre donne, pur di dimenticare quell’unica mai avuta, alla quale spiritualmente rimarrà sempre fedele. Nessuna penna ci parlerà mai più d'amore come la tua, forse perchè nessuno più avrà un cuore pulsante d'amore come il tuo. ci mancherai.

giovedì 17 aprile 2014

Palermo Shooting di Wim Wenders. 2008

"Le cose sono solo superficie".
Per un fotografo quotato buttarsi sulla moda è un suicidio: Finn perde credibilità agli occhi di colleghi e pubblico. Sta per divorziare, soffre d'insonnia, ha un periodo di forte disagio. Finchè una sera schiva per un pelo uno scontro frontale in macchina, nel quale però riesce ad immortale un losco figuro sghignazzante. Palermo è la città nel quale ritrovare se stesso e porta con sè Milla Jovovich nei panni di se stessa per farle delle foto in terra siciliana. Rimane qui anche dopo aver completato il suo lavoro, addormentandosi in vari borghi palermitani ammirandone il cielo: voci deformate nei suoi sogni, immagini inquiete e surreali con protagonista sempre il solito uomo che prova ogni volta a trafiggerlo con delle frecce. Fin quando non compare Flavia, una restauratrice del Nord Italia. L'uomo dei suoi sogni è la Morte con cui dialoga verso la fine di questo film, nemmeno il carisma di Dennis Hopper sembra riuscire a tradurre la stupidità delle frasi pronunciate dalla Morte e in generale in tutti i dialoghi del film. C'è poco da salvare, forse la fotografia e gli occhi della Mezzogiorno (Flavia)ma anche lei per il resto è abbastanza spaesata, nemmeno lei capisce dove vuole andare a parare Wenders. Tutto poco ispirato e inconcludente.

sabato 12 aprile 2014

The Grand Budapest Hotel di Wes Anderson. 2014

“Perché le bionde?” “Perché sono tutte delle puttane”.
Inesistente Repubblica di Zubrowka in Ungheria, tributo ai libri dello scrittore austriaco Stefan Zweig e alle commedie anni Trenta di Lubitsch e Wilder. Una ragazza marcia con ritmo ma sola in un cimitero per celebrare la tomba di un autore che sembra interessare solo a lei. L'autore vecchio prima che muoia ci viene presentato frustrato nella sua metodologia, circondato da bambini che gli sparano con pistole giocattolo mentre lui cerca di lavorare, ricorda a metà anni ’80 quando incontrò nel 1968 il misterioso proprietario del Gran Budapest Hotel, il quale a sua volta gli raccontò le vicissitudini che lo portarono da semplice lobby boy a possedere uno degli alberghi più prestigiosi della vecchia Europa.Personaggi folli e fuori dal comune, ossessioni, citazioni letterarie. Tutto racchiuso nel protagonista: Monsieur Gustave, amatissimo dalle signore attempate alle quale rivolge anche piccanti attenzioni, è a capo di questo prestigioso hotel della MittelEuropa anni 30. Zero è l'orfano immigrato che lo affianca, il suo fattorino, che diventa in seguito il proprietario dell'albergo e con un salto temporale racconta a Law, il narratore, tutta la storia, con un meccanismo di narrazione a "scatole cinesi" che va dagli anni Ottanta, ai Cinquanta ai Trenta. Altro elemento andersoniano la divisione in capitoli, in cui la vera vittima è il nazismo e l'arrivismo che trasformerà un funerale in una rissa tra gli eredi, per questo l'ottantaquattrenne ama così tanto Gustave. L'hotel è, infatti, solo fittizio, Anderson intende il grande hotel che è la vita, consumistica e borghese di europea memoria. Lo stesso film che non è mai lo stesso film. Come riuscirci? Questa è l'arte. Questo è Anderson

lunedì 7 aprile 2014

Precious di Lee Daniels. 2009

"Il viaggio più lungo comincia con il primo passo".
1987. Precious, preziosa. L'unica parola gentile della madre. Un padre che la violenta e le dà due figli incestuosi. Precious trascina il suo corpo enorme ad occhi chiusi, lei, pluriripetente, analfabeta, sogna di sposare un giorno il suo prof di mate. Obesa, si rifugia in sogni in cui lei è una star, si specchia vedendosi magra e bionda, proietta se stessa e la madre in una sequenza de "La Ciociara", film animato da un legame parentale opposto rispetto al loro. La madre la costringe a cucinare e ad ingurgitare tutto, l'appella col nome di "troia", la vede come la rivale che le ha rubato l'uomo, invece che difenderla dai suoi abusi sessuali. Each One Teach One è il nome dell'istituto alternativo che l'accoglie e dal quale comincia la sua rinascita. Un pugno nello stomaco, ma necessario. Magnifica la dedica finale “For Precious Girls Everywhere”.

sabato 29 marzo 2014

In grazia di Dio di Edoardo Winspeare. 2014

Petra petra azza parite (Alla mia nuova amica Irma)
Unico lavoro italiano ad essere selezionato per il Festival di Berlino, 64a edizione, nella sezione Panorama. Fratello e sorella sono costretti a chiudere il loro laboratorio tessile. Impossibile essere competitivi senza rimetterci con i prezzi del mercato cinese. Un prestito il cui tasso sale sempre di più. Vendere la casa, dove ci abitano quattro donne: l'ex imprenditrice tessile, vera moglie di Winspeare (Celeste Casciaro) con la figlia adolescente e inquieta, la madre vedova, la sorella aspirante attrice laureata ma disoccupata, Madonna part-time nella recita parrocchiale. Equitalia e paure vere, tangibili che tutti ci troviamo a fronteggiare. Credibile questo regista innamorato del nostro Salento e sempre più convincente, lui che trova la nostra Terra madre così bella e salvifica, la propone come una possibile soluzione. Tornare alla terra, un parto al contrario, rientrare in quell'utero materno che solo protegge e aiuta. Una scelta luddista quella che ci propone Winspeare, rinnegare il progresso e i soldi ( non vendono la casa in campagna nemmeno per una somma altissima), arare, piantare, potare: i frutti non richiedono con gli interessi ciò che danno. Un film corale e femminile, che diventa meno interessante quando entra in scena "Stefano" (l'uomo), aspro come la terra da coltivare. Nulla di nuovo rispetto al suo cinema e la sensazione è che manchi qualcosa, qualche rifinitura che avrebbe potuto migliorare qualcosa che non funziona: forse il tendente al soap di certi intrallazzi amorosi delle donne. Sobrio. Minimalista. A Rossellini sarebbe piaciuto.

domenica 23 marzo 2014

Jeune et jolie di Francois Ozon. 2013

Non si può essere seri a 17 anni. (Rimbaud)
Isabel è di famiglia borghese, parigina, un po' come la Denevue di Luis Buñuel che si prostituiva non per denaro, infatti qui Isabel incassa si i soldi, ma li nasconde in una borsetta senza mai spenderli. Isabel non è sposata, come potrebbe? Ha solo diciassette anni. Perde la verginità durante le vacanze estive e al ritorno in città diventa Lea, tutto questo fin quando il suo cliente più affezionato, un cardiopatico, muore. Quattro i capitoli del film scanditi dalle quattro stagioni accompagnati da quattro meravigliosi brani di Françoise Hardy. Inizia un lento percorso di risalita simboleggiato da flebili cambiamenti: Lea che si fa scopare da chiunque la cerchi per trecento euro, si sottrae con dolcezza ed eleganza a quel coetaneo che comincia a frequentare perchè non "starebbe bene far l’amore la prima volta che ci s’incontra". Bella la conclusione che strizza l'occhio a chi della morale se ne frega, l'ho molto apprezzata. Non si sconfina mai nel pornografico, è solo l'esaltazione di una personalità sessuale, una donna che ama fare sesso: gracile si contorce su un cuscino simulando un amplesso ancor prima di avere il suo primo rapporto sessuale. Pregevole l’interpretazione di Marine Vacth, di una bellezza senza paragoni. P.S. Nessuna bussa prima di aprire le porte, nè del bagno, nè della camera da letto. Si usa così in Francia?

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