martedì 22 gennaio 2019

Moonlight di Barry Jenkins. 2017

Moonlight ha vinto tre Oscar, tra cui il premio come miglior film, era necessario recuperarlo. Ambiemtato in uno dei luoghi di subalternità più eclatanti degli Stati Uniti contemporanei: i ghetti urbani abitati da afro-americani e ispanici, pieni di case popolari, con un fiorente mercato di droga e armi. Il quartiere di Liberty City a Miami in particolare (dove è nato e cresciuto il regista) La trama è divisa in tre atti, ognuno dei quali corrispondenti a una diversa fase della vita del protagonista: infanzia, adolescenza ed età adulta. La locandina originale di Moonlight, infatti, è dominata da una faccia tripartita: una per ogni attore che interpreta le diverse fasi della vita del protagonista. Da ragazzino lo chiamano Little, Chiron, “Black”, la preside lo chiama “boy” (“I ain't boy” le risponde lui) si trova a combattere con una madre tossicodipendente, compagni di scuola bulli che lo picchiano perchè è diverso, perchè non è conforme alla società. Barry Jenkins è tra i registi su cui contare.

domenica 20 gennaio 2019

Mother! di Darren Aronofsky. 2017

Non guardate mai Madre! per nessun motivo. -In fondo è un thriller di un regista autoriale, c’è la famosissima attrice Jennifer Lawrence e l’affascinante Javier Bardem, sarà alla Hitchcock/Polanski maniera- ti ripeti, incredulo, sperando le cose acquistino senso. Invece, più ci si addentra nel film più si è spiazzati. Poeta/scrittore acclamato dalle masse Lui, giovane musa indulgente Lei. Lei, paziente, lo ama alla follia. Lui è preso da se stesso e dalla sua fama, vive per essere idolatrato. Sarà la metafora della frustrazione di una donna costretta a convivere con un artista famoso, una cui parte della vita sarà sempre condivisa con i suoi tormenti di ispirazione e soprattutto i suoi fans? Spiegazione scontata e banale. Forse è la storia di Dio in chiave contemporanea: il sacrifico della Madre! del titolo è quello di Maria, il sacrificio del figlio quello di Cristo? (più plausibile) La casa in cui vivono i due protagonisti poi, letteralmente prende vita, respira (e sanguina da vagine apertesi nel parquet!) Poi ad un certo punto le cose sembrano andare anche dal verso giusto: Bardem ha scritto una nuova opera, Lawrence aspetta un agognato erede e proprio allora, invece, la Casa viene invasa dai barbari. Finale splatter. Irritante, un incubo! Gli occhi increduli di Jennifer Lawrence dicono tutto.

domenica 13 gennaio 2019

Il sacrificio del cervo sacro, di Yorgos Lanthimos. 2018

Ma la colpa è del chirurgo o dell’anestesista? Per cercare la risposta occorre immergersi in esplorazioni kubrickiane di corridoi labirintici infiniti attraverso vellutati movimenti di macchina, zoom lentissimi, recitazione fredda, controllata e magnetica. L'assaggio lo abbiamo già durante le immagini di apertura: un cuore pulsante, accompagnato dallo Stabat Mater di Schubert, e cioè una preghiera in cui il fedele chiede alla Vergine Maria di renderlo partecipe delle pene del figlio crocifisso. Un cardiochirurgo e la sua bella famiglia, con due figli. Una casa elegante, grande, luminosa. Il letto a baldacchino della stanza matriomoniale è quello de L’esorcista, teatro di anemia affettiva, attraverso il quale un rapporto sessuale diventava una performance da sala operatoria. "Anestesia totale"?- chiede la Kidman (la moglie) prima di offrirsi sessualmente al marito ( lo straordinario Colin Farrell) con prostrazione cadaverica. Martin (un ragazzo che incontra spesso il chirurgo, a cui due anni prima è venuto a mancare il padre, durante un operazione) è apparentemente tranquillo e in cerca di una figura paterna, fin quando profetizza la lenta e progressiva morte di tutti i membri della famiglia, senza che se ne capisca il senso. E' la divinità che fissa le regole del gioco. E'il regista che spiega agli altri personaggi -che rappresentano lo spettatore- come deve interpretare ciò che sta succedendo.
Il film è la rivisitazione in chiave contemporanea della vicenda mitologica di Ifigenia, viene, infatti riprodotta la struttura della tragedia classica: prologo, tre atti, epilogo. A scanso di equivoci, durante un colloquio tra il padre e il preside della scuola dove studiano i suoi figli, quest’ultimo fa riferimento ad un ottimo saggio della figlia maggiore sulla Tragedia di Ifigenia. Nel mito- Agamennone uccide per divertimento un cervo (da qui il titolo) e per punizione viene costretto a sacrificare la propria figlia Ifigenia all’altare. Questo è anche il motivo per cui vengono menzionate spesso le prime mestruazioni della ragazza: il passaggio tra l’infanzia e l’età adulta, scopo metaforico del sacrificio nel mondo greco. Ma qui gli eroi dove sono? Si capirà che il cardiochirugro, molto probabilmente ubriaco, ha ucciso il padre di Martin durante l’operazione. Dovrà quindi compiere un sacrificio, ma è un uomo completamente inetto, incapace non solo di agire, ma anche di subire il suo destino. La tragedia non può compiersi. E noi rimaniamo sbigottiti e con tante domande Grottesco e cattivo. Ma soprattutto ansiogeno.

martedì 8 gennaio 2019

Les innocentes di Anne Fontaine, 2016.

La fotografia di Caroline Champetier è sinonimo di simmetria e perfezione. Così come simmetrico e perfetto è il canto gregoriano. Una storia vera che risale alla Polonia del ‘45. Una storia di violenza carnale subita, stupro e dolore da parte delle spose di Gesù. Il timore di una donna comune, nel denunciare al mondo una violenza subita, si moltiplica esponenzialmente, invischiandosi tra i doveri di una figura religiosa, con il timore di perdere la fede, fondamento della loro vita. Mathilde è il medico che si prende cura di loro, ventisettenne di Parigi, (è la vera storia di Madeleine Pauliac, che nel 1945 operava presso l'Ospedale francese di Varsavia ridotto in rovine, a capo delle attività di rimpatrio all'interno della Croce Rossa Francese)
Gli stupri erano all'ordine del giorno e ci furono addirittura stupri collettivi nei conventi, a cui la pellicola è dedicata. Per il resto sbadigli e occhiate all'orologio.

domenica 6 gennaio 2019

Cold war di Paweł Pawlikowski. 2018

Andiamo dall’altra parte, la vista è migliore da lì”. Con la dedica finale di Pawlikowski, “ai miei genitori” capiamo che i due protagonisti non condividono solo il nome di battesimo (Wiktor, pianista e arrangiatore colto e malinconico e Zula, la sua allieva) dei genitori del regista, ma che ad essere narrata è proprio loro storia, un tentativo di riportarli in vita per farli tornare a suonare, cantare e danzare quell’amore così travolgente e impossibile, tra una Berlino divisa in due, la Jugoslavia e la Parigi bohémien. In una Polonia devastata dalla guerra c’è chi pensa che la ricostruzione passi pure dall’Arte, cioè il“Mazowsze”, corpo di ballo e canti popolari nato per volontà del governo filosovietico, esportato in tutto il blocco orientale nell’arco degli anni ’50, su cui il governo mette gli occhi, trasformandolo in uno strumento di propaganda comunista. Il musicista e direttore della compagnia s'innamora della misteriosa allieva Zula. Arrivati a Berlino Est per un’esibizione, Wiktor organizza la fuga dall’altra parte del blocco per vivere finalmente in libertà quella storia d’amore. Ma Zula, contro ogni previsione, non si presenta all’appuntamento concordato. Non ha rimostranze contro il comunismo e anzi teme la libertà del blocco occidentale, che percepisce come un ostacolo che evidenzia la distanza culturale con il suo amato. La vita da esuli, pur ricca di successi artistici e musicali, li consuma, li priva della loro identità e li rende deboli. Lei annega nell'alcol, lui in una debolezza cronica e priva di carattere. Zula, infatti, dirà ad un certo punto al suo uomo: «non sei più lo stesso che eri in Polonia».
C'è per tutto il film un apparente freddezza emotiva, la passione di Zula e Viktor racchiude, infatti, e diventa l'emblema dello spirito polacco, quello di un popolo oppresso da nazisti e comunisti. Ma l’amore è una ragazza che ti volta le spalle e se ne va per sempre: poi esita, si ferma, torna indietro correndo e ti bacia. Grazie per quel brivido. E per tutta la sensualità del montaggio, per l'importanza data alla musica, dove ciò che viene cantato è importante più di ciò che viene detto. Magnetica Joanna Kulig

venerdì 4 gennaio 2019

The Master di Paul Thomas Anderson. 2012

Ho riguardato The Master perchè ha una fotografia eccelsa, ricca di luce calda che sfiora il viso dei personaggi. E'girato interamente con una macchina da presa da 65/70mm e questo lo rende un'esperienza visiva irripetibile e contemporanea. Ho guardato questa pellicola più volte negli anni per poterla apprezzare e comprendere, penso di non essere ancora giunta ad una comprensione totale. Ma la consiglio, perchè nella vita ciò che disturba ha senso. Viene descritta un'America violenta e contraddittoria, nascosta da grandi abiti ed acconciature, arredi e canzoni anni Cinquanta. L'atmosfera c'è da subito, dalla prima visione, le onde delle acconciature femminili sono psichedeiche, ossessive, catturano. La musica è di Jonny Greenwood con i suoi pizzicati e le sue "stonature", a sottolineare un continuo mood denso, sensuale e vagamente teso. Tutto ruota attorno alla relazione tra Freddie e Lancaster (i due protagonsti): al primo serve un punto di riferimento (reduce dalla seconda guerra mondiale alcolista e un po'psicotico) e al secondo serve una "cavia" (il Maestro, fondatore di Scientology, Ron Hubbard).
Nella penultima scena il Maestro gli chiede di restare, o sparire per sempre, gli rivela di aver ricordato della loro amicizia in una vita precedente; poi improvvisamente smette di parlare e canta una canzone d’amore: «Vorrei portarti su una barca in Cina, tutto per me, portarti e tenerti tra le braccia». Sembrerebbe e credo sia una scena d'amore, insieme quasi si identificano, bestie selvagge che vogliono addomesticarsi. Metafora, i protagonisti, di una società incapace di crescere ed evolversi, di rendersi libera senza la presenza di un maestro, dalla coscienza soggetta all’archetipo della guida, del modello, impossibilitata a dimenticare i peccati del passato, le colpe dei padri. Immenso, ma anche vuoto. Il bersaglio per me è mancato. O posso riprovarci con la terza visione.

sabato 29 dicembre 2018

Capri-Revolution di Mario Martone. 2018

Una comune di artisti e giovani -capitanata da un guru bello, biondo e americano che sembra Jesus Christ Superstar- vive tra le montagne di Capri all’alba della prima guerra mondiale. Una pastorella del posto entra in contatto con il sopracitato guru vegetariano/utopista/ecologista/nudista/spiritualista orientale e finisce per scoprire se stessa in quanto donna non più soggetta ai padroni maschi di casa (i due fratelli maggiori) L’aspetto più interessante di Capri-Revolution è il legame con Noi credevamo e Il giovane favoloso, cioè la necessità di riflettere sul Tempo e la Storia. Nel raccontare gli eventi che anticiparono e seguirono il Risorgimento, Noi credevamo tracciava una riflessione sul tradimento della lotta partigiana nella società post-costituente; e Il giovane favoloso oltre a trasformare in immagini la biografia di Giacomo Leopardi, ce lo infiocchetta come se si trattasse di un esponente della cultura punk di fine anni Settanta. Qui, invece, Martone si concentra sul fallimento dell'utopia sessantottina: il pittore Karl Wilhelm Diefenbach creò sul serio una comune a Capri nei primi del Novecento, anticipando gli hippie. Troppa carne al fuoco: Lucia e la sua rivalsa di contadinella analfabeta , il conflitto culturale tra la comune e la cittadinanza, i rivoluzionari russi esuli che stanno preparando il 1917, l'arrivo dell'elettricità sull'isola, il papà di Lucia che si ammala in fabbrica, il pacifismo di Seybu, l’interventismo socialista del medico, la Grande Guerra. Temi rispettabilissimi e degni di nota, ma il regista insiste ossessivamente sulle pratiche naturiste dei membri della comune, che vagano nudi per gli scogli, improvvisando coreografiche. Troppe, estenuanti.
E l'erotismo? La carne? La materia? Questo film non ha pancia, non trema, è didascalico, spiega e suggerisce risposte, esce fuori solo l’innamoramento di Martone per ciò che fa, per come posiziona la macchina da presa, per come crede di esplorare un grande messaggio, ma che poi non arriva mai. Unico dialogo ben scritto lo scambio di vedute tra Seybu e il dottore sul concetto di rivoluzione, in cui vengono messi alla berlina entrambi gli estremismi: il dogmatismo interventista da una parte e quello isolazionista dall’altro. Il film ha tante piccole rivoluzioni inesplose, l'unica miccia che prende fuoco è la storia personale della pastorella Lucia (Marianna Fontana), che imparara a leggere e a parlare in inglese. Incredibile il suo volto estremamente cinematografico e di un bellezza disarmante. Non si riesce a toglierle gli occhi di dosso. D'effetto la chiosa: un'anfora cade, la guerra è cominciata, simbolo di una scossa tellurica che annuncia una nuova epoca, è l'addio a un equilibrio. E bellissime le parole della mamma di Lucia: "ho sempre saputo com'eri Lucia, ti ho sempre sentita scappare di notte. E anche io avrei voluto essere là, con te".

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