lunedì 8 gennaio 2018

On Body and Soul di Ildikó Enyedi. 2017

Un film assolutamente cerebrale, dove psicanalisi, surrealismo, animalismo diventano un unicum. Un po'dark commedy Due cervi nella neve. Tutto bianco. E il sangue rosso vivo del mattatoio. Endre e Mária. Lui è il direttore finanziario, lei la responsabile alla qualità. Nella vita reale sono goffi e impediti, quindi si incontrano nei loro sogni. Lui ha un problema a un braccio, lei invece è incerta ad ogni passo. Parla poco, ha una memoria incredibile e poi da sola, a casa, con dei giocattoli ricrea quello che ha vissuto durante il giorno o quello che vorrebbe vivere. Difficile stabilirne un contatto e così la regista ungherese si dimostra interessata alla rappresentazione naturalistica del sentire, soffermandosi sulla masticazione dei cervi, sul rumore della neve scossa al loro passaggio, sul respiro. Premiato, un po' generosamente, con l'Orso d'oro al Festival di Berlino.

venerdì 29 dicembre 2017

Wonder Wheel di Woody Allen. 2017

Woody Allen ci aspetta, ogni anno, al varco di dicembre. Non si può che chiudere l'anno con lui e quindi sono salita sulla sua "ruota delle meraviglie". Vi diranno che questo regista ormai è vecchio, stanco e non ha più nulla da dire. Non credeteci! Campo lungo sulla spiaggia di Coney Island, con la ruota panoramica e le insegne colorate dei negozi, la folla di bagnanti e gli ombrelloni.
Ma è Justin Timberlake?! - mi chiedo ad un certo punto- Si! Lui. Guarda in camera dall’alto della sua postazione da bagnino anni ‘40 e introduce il film parlando con gli spettatori, illustra i personaggi di questa tragedia greca che andrà in scena. Metateatro. Inevitabile non pensare al tributo a Douglas Sirk, dove un’aspirante attrice con una figlia e senza marito, incontra una domestica di colore, anche lei con una figlia a carico, insieme alla quale avrebbe formato una strana famiglia di quattro donne. Anche Allen sceglie una ex attrice di teatro fallita, Ginny, madre di un ragazzino problematico e sposata in seconde nozze con un uomo che non ama; un ex alcolizzato, riciclatosi come giostraio. L'uomo ha una figlia di primo letto: Carolina, antagonista di Ginny perchè giovane e bellissima, fuggita dal marito gangster e riappacificatasi col padre; e poi c'è Mickey, aspirante drammaturgo che per mantenersi d’estate fa il bagnino a Coney Island. Va prima a letto con Ginny e poi innamorandosi di Carolina, scatena la gelosia dell’ex amante. Tutti hanno una gabbia sociale ben definita, tranne il giovane figlio della donna: Richie, che è il particolare che sfugge. Appicca incendi e nessuno ne capisce il motivo. Perchè la salvezza è fuori dal controllo razionale. Questo ci suggerisce Allen. "io non sono una cameriera, sto solo recitando una parte" dice spesso Ginny per sopravvivere. E così nel finale Allen ci regala la scena madre, recitata dalla strepitosa Winslet tra vecchi vestiti di scena riesumati (solo questa scena vale tutto il film), Mickey esce per sempre dalla sua vita e di scena e la donna resta sola finché non rientra il povero marito. La fotografia ipersaturata che segue gli stati d'animo della donna, si fa improvvisamente realistica, dalla wonder wheel non penetra più nessun riverbero. Il cinema spegne i riflettori e il reale continua.

venerdì 27 ottobre 2017

Ma mere di Christophe Honoré. 2004

Film intellettuale, snob e provocatorio. Canarie. megavillotto con piscina. Ma mère è tratto da un’opera incompiuta di Georges Bataille (dallo stesso titolo usato per il film) pubblicata nel 1966 dopo la morte dell’autore avvenuta nel 1962. Piere ha diciassette anni e vive con sua nonna lontano da una madre dedita all’alcol e alla costante ricerca di un piacere (il suo) che si sovrappone all’autodistruzione. In occasione delle vacanze estive, il padre lo accompagna da lei alle Canarie ma al ritorno verso casa rimane vittima di un incidente mortale. Piere a questo punto fa diventare la madre il suo unico perno ossessivo, ma lei vorrebbe - prima che si amino completamente- che il ragazzo la conoscesse in tutta la sua dissolutezza, per sentirsi così davvero da lui posseduta. Decisa a introdurlo nel suo mondo, lo presenta a Rea, sua giovane amante che ne condivide lo sfrenato stile di vita. Quando si rende conto del possibile rischio che entrambi stanno correndo, scappa e lo affida ad una giovane donna. Il danno però è ormai fatto e madre e figlio scivolano inesorabilmente nell’incesto in un crescente stato di delirio che lui pare interpretare come un possibile stato di trascendenza mistica.
Orge transgenerazionali, sadismo,voyeurismo e incesto, attraverso un montaggio che si sofferma spesso su espressioni del viso, frammenti epidermici, mugugni e urla, facendo ricorso anche alla camera a mano e a un uso della luce sottoesposta e sovraesposta a tratti, mentre lascia aleggiare sui personaggi un senso di morte. Un film assolutamente da evitare. Dove il tentativo spinto di essere "oggetto maledetto" lo trasforma inevitabilmente in kitscheria ridicola da autogrill.

giovedì 26 ottobre 2017

Hotel Desire di Sergej Moya. 2011

Saralisa Volm è tutto in Hotel Desire, primo lungometraggio del giovane attore Sergej Moya, interamente girato a Berlino. Mancava da tempo un film veramente erotico, anche se inizialmente - a parte la doccia iniziale- nulla lascia presagire che la pellicola possa avere quest'etichetta. Infatti, la giovane donna protagonista è una donna sola, che cresce un bambino avuto da una relazione ormai conclusa e sbarca il lunario facendo la cameriera in un hotel. Sembrerebbe quasi un film drammatico. La svolta comincia quando "incontra"un pittore cieco senza essere inizialemente percepita da quest'ultimo. E' proprio il fatto che lui non la veda a far scattare la nuance erotica: è tutto giocato sul tatto e anche le scene di sesso esplicito danno così un effetto di eleganza.
Se proprio dovessi trovare un difetto: troppi ralenti nell'amplesso tolgono magia e spontaneità. Naturalezza, invece, ben espressa nel bacio che Antonia si scambia nello spogliatoio con la sua collega.pittore cieco senza essere inizialemente percepita da quest'ultimo. Se proprio dovessi trovare un difetto: troppi ralenti nell'amplesso tolgono magia e spontaneità. Naturalezza, invece, ben espressa nel bacio che Antonia si scambia nello spogliatoio con la sua collega. Questo è erotismo: la quotidianità e la sofferenza di una donna che per sette anni si annulla come donna e poi con leggerezza si riscopre. Bellissimo.

mercoledì 25 ottobre 2017

Only God Forgives di Nicolas Winding Refn. 2013

Tema centrale: il conflitto intrapsichico. Membro di una potente famiglia criminale, Julian gestisce un club di pugilato in Thailandia, come copertura per il traffico di droga. Il fratello maggiore Billy uccide brutalmente una prostituta e le autorità si rivolgono ad un poliziotto in pensione, Chang,il punitore. La punizione per Billy è la morte. Intanto – per recuperare il corpo del figlio - arriva a Bangkok Crystal, madre di Julian e Billy e capo di una potente organizzazione criminale. La donna ha un'importanza centrale: Julian ne è così morbosamente legato da aver ucciso, in passato, suo padre.
Chang entra in scena assumendo su di sé i connotati paterni: la sua arma punitiva è la katana, spada che sfodera magicamente dalla schiena e con la quale, oltre ad amputare arti, squartare toraci e trafiggere gole, perseguita fantomaticamente Julian abitando i suoi luoghi allucinatori ancor prima che i due s’incontrino effettivamente. Julian sventra il corpo morto della madre, la penetra manualmente. Del resto le mani di Julian, caricatesi eroticamente in concomitanza con l’omicidio della giovane prostituta,sono le sue appendici libidinali, ma al tempo stesso oggettivano lo sbarramento alla titolarità fallica: il godimento di una sessualità piena è letteralmente ostruito, schermato dalla mancanza della castrazione simbolica, Julian avvicina la mano al sesso di Mai attraversando una tenda di perline. E alla fine avverrà la castrazione, quando Chan gli amputerà le mani con uno stacco di nero. Cioè l’amputazione avviene nell’inconscio di Julian, lacerando la perversione primaria con l’introduzione della dimensione dell’impossibile/irrappresentabile: lui non può godere davvero perchè non può possedere la madre e ciò genera traumaticamente la possibilità stessa del desiderio. Si, questa recensione è lunga e noiosa. Il film però necessità di questa lettura o verrà frettolosamente bollato come una "schifezza"

sabato 21 ottobre 2017

Drive di Nicolas Winding Refn. 2011

Nonostante il titolo tragga in inganno le corse e le rapine sono la parte minore in Drive, che racconta di un uomo doppio, che di giorno fa la controfigura per le scene di auto nei film e di notte è un autista freelance per rapinatori. Si innamora della donna sbagliata per la quale farà tutta una serie di cose sbagliate. Uno virile scemo o ingenuo (non ho ben capito) che parla pochissimo e che utilizza come unico linguaggio la forza e la determinazione, ma che lo ingoierà in una spirale senza via di uscita. Cos'ha di unico questa pellicola? Le immagini. Dopo una delle tante sparatorie presenti, nel motel in cui si rifugia il protagonista compare sporco di sangue e poi riscompare nel buio. Inquadrature perfette, riprese dinamiche che proiettano emotivamente lo spettatore dentro la storia e lo deliziano con angolazioni che vanno a creare sorprendenti composizioni visive e con altri brillanti movimenti di macchina.
L'equilibrio tra violenza e sentimenti è perfetto: dolcezza e freddezza, azione ed emozione crea un contrasto dialettico tra Eros e Thanatos, che ha il suo punto d'arrivo nella celeberrima “scena dell’ascensore”, che assume le sembianze di un film nel film. Consiglio la visione di Drive? Sì, ma in un momento di tranquillità. Non è un film frenetico, e neanche pieno d’azione. E’ un film particolare che ha bisogno di attenzione e pazienza. Refn ha decisamente svolto un egregio lavoro, non per niente, ha vinto il premio come “Miglior Regista” al festival di Cannes del 2011 con questo film! Arte vera!

mercoledì 18 ottobre 2017

Grindhouse di Quentin Tarantino, Robert Rodriguez. 2007

"Grindhouse" è un omaggio al cinema di genere anni 70, quando in America con un solo biglietto si potevano vedere due film horror o action all’interno della suggestiva cornice di un drive-in, o in quella nostalgica di una matinèe. La pellicola è graffiata, l'audio gracchia e vi sono perfino immagini in bianco e nero ed evidenti mancanze di fotogrammi. E poi Stuntman Mike, psicopatico interpretato da un cicatrizzato Kurt Russell con tanto di basette a punta, se ne va in giro per le polverose strade del Texas in cerca di libidinose fanciulle da torturare ed uccidere tramite l'uso esclusivo del suo possente e rovente bolide, munito di cofano con sopra disegnato un teschio bianco.Stuntman Mike è a tutti gli effetti uno stupratore, solo che usa la sua Chevrolet al posto del pene. Il terrificante frontale a cui assisteremo a metà film (una vera e propria sequenza capolavoro!) non è altro che un derivato dell'atto sessuale.
sangue, erotismo, ironia e citazioni sparse al cinema di genere anni '70. Anarcoide e dispettoso. Ma che figata!

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