mercoledì 18 settembre 2019

C’era una volta a… Hollywood di Quentin Tarantino. 2019

Mi sono ritrovata in sala con una schiera di adolescenti e - spiazzata dalla loro presenza- ho cominciato a chiedermi se si fossero dati appuntamento lì per caso, o se avessero, ad esempio, mai visto Pulp Fiction, (recuperandolo - ovviamente) innamorandosene.
Se fossero pronti ai quarti d'ora al cardiopalma tarantiniani, per non ritrovarmeli a urlare al primo schizzo di sangue. Ma soprattutto se fossero a conoscenza del fatto che grazie a pellicole come Bastardi senza Gloria, la Seconda Guerra Mondiale ha guadagnato un epilogo ben diverso da quello che conosciamo. Perchè cambiare il corso degli eventi attraverso il cinema è una specie di missione. E quando a Cielo Drive, la strada privata dove vive l'attore Dalton (il protagonista, Leonardo Di Caprio) e la sua inseparabile controfigura Cliff Booth (Brad Pitt) arrivano Roman Polanski e la sua nuova compagna Sharon Tate sarà chiaro che la redenzione - questa volta- riguarderà la tragica storia biografica del regista. Sharon Tate è bellissima e pura come una bambina, un angelo che merita redenzione: significativa la scena in cui si ritrova in sala, con le piante dei piedi annerite poggiate sulla poltrona antistante, ad autocompiacersi e ad osservare le reazioni in sala nella sua prova attoriale al fianco di Dean Martin. L'aggancio con la riscrittura salvifica del noto fatto di cronaca è rappresentato dall'entrata in scena dei «fucking hippies» della Manson Family, presentati con una sequenza ricca di tensione allo Spahn Movie Ranch, landa californiana dove la comune "alloggia". Charles Manson si intravede per un attimo a inizio film compiere una specie di sopralluogo in casa Polanski: viene messo in luce il lato oscuro e selvaggio, istintuale, distruttivo e omicida della subcultura hippie in quei tempi ambigui di radicale trasformazione collettiva. Tutto viene impacchettato a regola d'arte per arrivare all'ultima mezz'ora del film, quella cruenta, quella a marchio Taratino che tutti ci aspettiamo. A chi si sia chiesto se sia lecito affrontare con leggerezza un fatto di sangue così scioccante per l'America e per una serie di persone che ancora ne portano le ferite, suggerirei di guardare la storia sotto un'altra ottica, quella tarantiniana, quella che non documenta, dà giudizi o assolve, presentata e resa agevole -affinchè ogni spettatore vi si possa apprestare- attraverso, la ricostruzione filologica della Hollywood degli anni Sessanta con i suoi prediletti film di serie B, con quel cinema italiano da sempre nel profondo della sua cultura. Tutto volto ad affermare con assoluta certezza che solo la settima arte con il suo potere taumaturgico può davvero salvare, redimere, perchè la sola entità suprema al mondo giusta e compassionevole. P.S. Iñárritu non se ne dolga per qualche battuta di troppo sui messicani. Brad Pitt illegale. Non sarà il sangue a farvi salire l'adrenalina, sono pronta a scommetterci! (Anche i tredicenni alla fine hanno applaudito)

domenica 8 settembre 2019

Martin Eden di Pietro Marcello. 2019

Sconquasso narrativo, fotografia in filigrana e mistificazioni storiche sul il primissimo novecento, il post guerra, gli anni del boom e gli anni ottanta. Basato su un libro noto ma spesso tradito: a cominciare dal raggio d’azione che si sposta dalla California ai vicoli di Napoli, classico nell’impianto ma modernissimo nella realizzazione. Inquadrature veramente efficaci e di rara bellezza. Si apre “ideologicamente” in maniera molto forte: con un filmato di repertorio dell’anarchico Errico Malatesta durante la manifestazione a Savona del 1° maggio 1920 per mettere in risalto le contraddizioni cruciali che hanno accompagnato il secolo scorso: dal ruolo della cultura di massa al rapporto tra individuo e società, tra socialismo e individualismo, fino alla lotta di classe. Martin non è istruito ma vuole arrivare a sapere e conoscere, si innamora di Elena che appartiene ad mondo diverso dal suo: ‘bello e lineare’, di una borghesia pulita. Il successo e il riscatto arriveranno alla fine, ma il tardivo apprezzamento di chi prima lo disprezzava, senza che lui sia cambiato di una virgola, lo farà impazzire di rabbia. Martin ha le spalle larghe e le unghie nere. Appare stralunato, assente, scostante e intenso, incarnando alla perfezione la figura dell'anti-eroe, con la passione per la scrittura quale mezzo di riscatto personale e veicolo necessario per comunicare lo stato d’animo di angoscia esistenziale e denuncia sociale.
Martin Eden, il marinaio che non sa pronunciare il nome di Baudelaire, ma che finirà per tenere lezioni nelle più importanti università incarna il prototipo dell’uomo umile che si eleva dal suo rango con dedizione e resistenza, purconservando un malessere vitale che spesso sfocerà nella delusione e nell' auto-distruzione. E se anche il film non dovesse convincervi gli occhi di Luca Marinelli valgono da soli il prezzo del biglietto!

giovedì 23 maggio 2019

Dolor y Gloria di Pedro Almodovar. 2019

“Si scrive per dimenticare il contenuto di ciò che si è scritto”.
Motiva così Almodovar questa pellicola, che è la sublimazione di una crisi personale e creativa, la mancanza di desiderio e spinta vitale, in riferimento a quel vecchio cinema irriverente e libertino che l’autore non realizza più da tempo. Ma non si dimentica mai come dirigere, si perde solo la voglia, lo stimolo o la forza di farlo. E in questa condizione il protagonista (regista e scrittore) scrive una sceneggiatura per un monologo teatrale (tratto da un fatto della sua vita) e, come spesso accade, la scrittura porta a ricordare e a confrontarsi con il passato. Antonio Banderas è il suo alter-ego: con i capelli sparati in aria -come li porta Almodovar, che vive come lui, in preda ai dolori e ai colori accesi. La scoperta dell'omosessualità, l'eroina aspirata e poi ovviamente il sogno umido, quello fatto di umori - le tante scene in acqua- di chi è innamorato del cinema: la coincidenza di vita e arte. Sono i suoi soliti intrecci incredibili, coincidenze pazzesche e implausibili. Quell'eccesso che - nonostante lui ormai "si senta vecchio" o giochi con la paura e la nuova ossessione (che ha preso il posto del sesso) del decadimento fisico, non perde, si fa più elegante, ma permane, Il resto è nelle mani di Banderas, attore ormai fatto e compiuto, Almodovar lo ha plasmato e questo è di sicuro suo miglior ruolo di sempre, clamoroso. Quiete e passione sono possibili -non solo nella penna di uno scrittore- e quello che emoziona è proprio che questo film oltre a metterlo in scena, ce lo comunica come speranza. Vi rimarrà tutto impresso, come quell' acquarello su un pezzo di carta. Che ricongiunge e rinfranca. Lacrime a mille. Tu ami il cinema, ma noi amiamo te, Almodovar!

giovedì 9 maggio 2019

Stanlio e Ollio, di Jon S. Baird. 2019

Questa è la storia di una parabola discendente, incentrata, infatti, sulla fase crepuscolare della carriera del duo comico. È un giovane bigliettaio inglese a rendere chiare le strade che il film desidera esplorare: quando un’anziana signora gli chiederà “chi interpreta Stanlio e Ollio in questo teatro?”, lui risponderà: “loro interpretano se stessi!” Tratto dal libro di A.J. Marriot sull’ultima tournée inglese e ambientato quasi interamente nel 1953. Il successo è un ricordo lontano e i due vecchi re della commedia hollywoodiana sono stati soppiantati da altri comici. Accettano di esibirsi in teatri semivuoti e di alloggiare in hotel fatiscenti.
Di vita vera dei due non c’è moltissimo, tranne la debolezza di Ollio riguardo le donne, il noto fattaccio del tentativo di diventare indipendenti sul quale non erano affatto concordi e che ha accelerato la fine della loro carriera. Di tanta gente che li ama, ma non capisce o ricorda le loro battute, eppure continua a ridere per quel che fanno. Di grande impatto le ferite personali del più riflessivo Stanlio, costantemente insoddisfatto, creatore infaticabile, che cattura e paralizza smorfie di tristezza, perfettamente complementari a quelle più rozze del frettoloso e approssimativo Ollio. Eppure mentre ballano e si esibiscono vivono sulla scena come un corpo solo. Storia di un'amicizia ma anche di una vera storia d'amore con un'acuta disamina del processo creativo e un' ode malinconica a un tipo di cinema che non esisterà più. Magia. Tanta magia.

giovedì 18 aprile 2019

Capharnaüm di Nadine Labaki. 2019

Premio speciale della Giuria al 71° Festival di Cannes. Cafarnao. Nella tradizione cristiana Caphernaum è il villaggio della Galilea dove Cristo ha compiuto i suoi miracoli. Zaim ha 12 anni e di miracoli non sa compierne. Sa solo sopravvvere, fin quando non si ribella ai suoi genitori scappando di casa, dopo che questi hanno costretto la sorella a sposarsi pur essendo ancora una bambina. Macchina a spalla e finto approccio documentaristico su Beirut, spesso vista dall'alto, dalla ruota di un luna-park. Il film inizia con il piccolo Zain che denuncia i suoi genitori per "averlo messo al mondo", costringendolo ad un'esistenza di stenti e dolore.
Zain sa tutto della vita, anche che quel sangue che ha perso per la prima volta la sorella significa l'inizio della fine, significa che da da quel momento in poi lei può finire in sposa secondo le inumane leggi del suo Paese, che rendono possibile sposare una bimba di 11 anni. In una scena terribile e bellissima -la migliore di una lunga serie- proverà in tutti i modi a farla andare via per salvarla a quel destino. Lotta come un leone insieme a lei, lei che grida "non farmi andare!" La sua storia incontra quella di Rahil, una ragazza etiope che lavora in un ristorante e nasconde il suo bambino piccolissimo per non essere espulsa. Quando verrà messa in carcere, sarà Zain a prendersi cura del suo piccolo Yonas,in una casa di lamiera, mangiando del ghiaccio e zucchero, l'unico cibo ormai rimasto. I detrattori non hanno risparmiato la regista dalle critiche- che nel film si ritaglia il ruolo dell'avvocatessa che assiste il protagonista- accusandola di avere spettacolarizzato la miseria delle famiglie spesso provenienti dalla vicina Siria, ma il coinvolgimento emotivo non è forse necessario perchè il messaggio di denuncia venga recepito? L'impegno della regista è più etico che emotivo. Zain (Zain al-Rafeea) è davvero un profugo siriano che all’età di 12 anni si è rifugiato in Libano, a Beirut. E appena l’anno scorso è riuscito a trasferirsi stabilmente con la sua famiglia in Norvegia, dove ora gode del diritto d’asilo e frequenta la prima scuola della sua vita. Nella chiosa Zain, finalmente, sorriderà. Per la foto della carta d'identità, della libertà, del sentirsi finalmente "esistente", del sentirsi finalmente vivo. Una vera bomba emotiva.

martedì 26 marzo 2019

Momenti di trascurabile felicità di Daniele Luccetti 2019.

Non basta Pif - che non è un attore e si vede lontano un miglio- a renedere Momenti di Trascurabile Felicità (dal romanzo di Francesco Piccolo) un buon prodotto, nè le sue domande non-sense: perché lo strumento frangi vetro da utilizzare in caso di emergenza sul tram è custodito dentro una membrana di vetro? come possiamo essere certi che la luce del frigorifero si spenga quando chiudiamo il frigo? Perché il primo taxi disponibile non è mai il primo della coda, ma quasi sempre l'ultimo? Questo panegirico che non fa ridere, dopo dieci minuti stanca. E anche le sue idiosincrasie, non supportate da un impianto visivo all'altezza o almeno coerente. Insomma, sono tutte frasi che sentiamo dire al protagonista, ma che non ci convincono, non risuonano nella nostra testa e che speriamo si concludano presto. Poi lo scontro - unica scena degna di nota- davvero impressionante per il realismo sconcertante, seguita da una visione dal basso di un abisso, o di una estranea dimensione, rivolta verso l'alto, una scena alla Nolan, molto forte e straniante, per nulla scontata in un contesto sin troppo tipico da commedia italiana leggera e malinconica. Paolo, il protagonista, è piuttosto narcisista e spesso incurante degli effetti delle proprie azioni, il quale si rende conto solo di fronte all'ineluttabile (la manovra azzardata all'incrocio) di cosa vuol dire eseguire una manovra sbagliata. L'unica parte onesta, sincera è il resoconto della storia d'amore dei protagonisti, normale, fatta di tradimenti, ripensamenti, scelte sbagliate, concreta. L'apologia del padre e marito assente che si pente non funziona, o almeno oscura il resto, non ci si rivede, non ci si commuove. Non c'è proiezione. Troppa insistita tenerezza, ruffianeria nel rendere un ritratto assolutorio del peggior uomo medio. E nient'altro.
Bocciato completamente il finale, banale, scontato.

giovedì 21 febbraio 2019

La paranza dei bambini di Claudio Giovannesi. 2019

Orso d'argento per la miglior sceneggiatura al Festival di Berlino. Rione Sanità a Napoli, una gang di quindicenni vuole entrare nei locali esclusivi, comprare vestiti firmati e motorini nuovi, ma soprattutto liberare i propri cari e se stessi dai capi camorra che controllano i diversi quartieri. Solo a quindici anni si può avere l’illusione di portare giustizia nel quartiere inseguondo il bene attraverso il male. E mentre corrono in scooter alla conquista del potere si innamorano, vivono amicizie fraterne, sgranocchiano crostatine, giocano alla playstation. Non si parla di politica, ma di sopravvivenza quotidiana,di adolescenti senza futuro, costretti a sopportare la vista di genitori che pagano il pizzo per una protezione costruita ad arte da una malavita che ti avvolge come un rampicante invasivo e soffocante. Regista e sceneggiatori vogliono raccontare di come la camorra sia tornata a chiedere il pizzo ovunque, denunciare l'utilizzo spropositato di cocaina con le scuole pressoché inesistenti. La dimensione in cui si gioca il fim non è uno spazio temporale, geografico, fisico, è una condizione.Napoli, da particolare, si fa generale: diventa una regola, un modo di vivere universale a determinate condizioni, un’equazione mortale. Il finale chiude improvvisamente una storia che ancora non è finita, perchè la vicenda di Nicola (protagonsta capo del clan di ragazzini) non conosce vie d’uscita. Non vedo nè pessimismo, nè retorica in Saviano. Mai. Vedo piuttosto l'abilità di chi sa cogliere e raccontare lo smarrimentodi chi vive tra una società in continuo mutamento e in quartier difficili in cui il sistema mafioso è impossibile da arginare. Con un'educazione criminale, ma anche profondamente sentimentale. Urgenza di denuncia, passione nel raccontare. Roberto Saviano è un grande giornalista. Nei suoi libri il suo talento nella scrittura da reportage si vede tutto. Che vi piaccia o meno come individuo, siete dei folli se non riconoscete il suo valore professionale. A differenza dei protagonisti di Gomorra questi ragazzini non sono nati in famiglie camorriste. Saviano denuncia un vuoto di cultura. Qualcuno può forse dargli torto?

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