mercoledì 15 marzo 2017

Ma ma di Julio Medem. 2015

Ma ma è il primo film che guardo di Medem. Vi ho trovato dei chiari riferimenti al cinema sentimentale di Almodóvar,ma con meno maestria e arte. Ne è la chiara imitazione. Una bambina cammina nella neve e guarda in macchina. Quasi un presagio, un segno premonitori di un’immagine dall’aldilà.E' l'estate spagnola della vittoria agli Europei, della crisi finanziaria. Disoccupazione e poi per due volte un carcinoma. Magda è una madre-coraggio eccentrica e positiva, faro illuminante nella vita degli uomini che ha attorno. Ha quella carica propulsiva, quell'energia tipica dei personaggi almodovariani: accetta la malattia come un passaggio o una tappa esistenziale. Dopo la prima mezz'ora ci si rende conto che di originale però sta rimanendo ben poco e dopo l'operazione per il tumore al seno, ho pianto più per via di motivi personali, che per una vera commozione, che viene spesso ricercata, anche forzatamente, ma poi non arriva.
Perchè il cinema spagnolo esaspera le emozioni? Questo dispendio di forze fa barcollare la trama. Involontariamente kitch, senza colpe, le visioni di Magda e il capezzolo congelato non hanno proprio senso. Le emozioni a buon mercato non ci piacciono. Bocciato

Onegin di Martha Fiennes.

Pietroburgo, inizi ‘800. Evgenij Onegin, annoiato dandy pietrobughese, malato di spleen, si trasferisce nella tenuta di campagna appena eredita. Ralph Fiennes - pezzo di figone- qui ha anche il fascino dell'antieroe, antipatico ricco e aristocratico, creato da un genio della letteratura russa della prima metà dell'ottocento, Aleksandr Sergeevič Puškin, che ha descritto le gesta del suo eroe in un poema in versi.
La Sanpietroburgo bene accoglie Fiennes, ereditiero di uno zio defunto e ricchissimo, qui conosce Vladimir Lensky, un poeta suo vicino, con il quale intraprende un'amicizia, caratterizzata da due modi opposti di vedere la vita. Lensky è un forte idealista. Tatyana Larin appartiene ad una famiglia frequentata dai due amici, si innamora teneramente di Eugene, al quale dichiara il suo amore con una lettera. Onegin rifiuta l'amore della ragazza preferendo invece la compagnia della fidanzata del suo nuovo amico, Olga Larin. Questo comportamento suscita la gelosia di Vladimir, che sfida a duello Eugene, ma nel duello verrà ucciso. Dopo anni di esilio volontario Eugene torna nella sua città natale dove incontra Tatyana, ormai sposata, di lei ora si innamora, ma questa preferisce rimanere fedele al marito. Errori che non ne appannano la bellezza: perchè Tatyana scrive in inglese?! Tutto questo in primi piani e dettagli, comprese enormi lettere dell'alfabeto vergate da un gigantesco pennino su una carta di cui si vede distintamente la grana. Cinico, crudele ma affascinante.

lunedì 6 marzo 2017

La sposa promessa di Rama Burshtein. 2012

Un film israeliano, ma soprattutto ebreo, ebreo ortodosso, fino al midollo, con una regista americana, ma che ha scelto la vita chassidica di una comunità ultra-ortodossa di Tel Aviv. Shira ha 18 anni e un fidanzato designato, perchè trovare marito è l’obiettivo più importante per una donna, nella comunità Chassidim di Tel Aviv, dove vive. E sua madre glielo mostra a distanza, al supermercato, a designare quanto il gesto sia, in effetti, una sorta di compra-vendita da mercato. Ma durante la festività ebraica del Purim, sua sorella Esther, incinta di nove mesi, ha un malore e muore dopo il parto. Così viene proposto a Shira di prendere come marito il cognato. Senso del dovere, c'è un neonato da crescere. E l'amore?
Forse Shira comincerà a provare qualcosa per il cognato, ma volutamente la regista lascia questo mistero: non sapremo mai fino in fondo quanta parte – nelle decisioni individuali – abbia la coercizione degli altri e quanto sia frutto del libero arbitrio del sentire, del pensare quindi dello scegliere. C'è qualcosa di poco coinvolgente, emozioni troppo contenute per i miei gusti, tranne quando la giovane protagonista, nel momento in cui la discussione si fa sempre più intima e vicina, richiama il cognato/possibile marito al fatto che si stanno avvicinando troppo con il corpo, che l’accorciarsi della distanza in quel momento non aumenterebbe la vicinanza e l’intimità, ma confonderebbe e impedirebbe la comprensione con un inutile scorciatoia.

venerdì 3 marzo 2017

Beata ignoranza di Massimiliano Bruno. 2017

L'ennesimo film contro i social network, solo molto più noioso. Storia banale, priva sia di tempi comici apprezzabili, sia di stratagemmi per creare una forte empatia con il pubblico. Non diverte, non emoziona, insomma una barca che fa acqua da tutte le parti dalla quale non si salvano neanche gli interpreti i quali, pur bravi e talentuosi, non riescono a dar consistenza ai loro ruoli e offrono prestazioni anonime e deludenti. Ok, siamo facebookdipendenti. E allora?
Beata Ignoranza, in conclusione, rappresenta un enorme e significativo passo indietro per Massimiliano Bruno. Non andate a vedere questo film.

mercoledì 1 marzo 2017

Oculus - Il riflesso del male di Mike Flanagan. 2013

Tim viene dimesso da un manicomio criminale, dove era recluso per l’omicidio del padre. La sorella Kaylie vuole dimostrare la sua innocenza, provando che un antico specchio con poteri paranormali porta chi lo possiede alla follia e all’omicidio. Lo specchio verrà osservato da delle telecamere, come se un altro sguardo inorganico potesse disinnescarne e rivelarne la malvagità. L’idea buona potrebbe essere che i figli, in realtà, siano stati loro, in qualche modo, a compiere il massacro, e sublimano ogni cosa incolpando lo specchio delle loro azioni. Lo spettatore quindi rimarrebbe con il fiato sospeso a vedere questi due che si dannano per dimostrare una cosa, per poi alla fine scoprire che la colpa è solo loro. Ma invece, no. Il finale è deludentissimo. Il piano di Karen consiste nel preparare un marchingegno temporizzato che fa calare una pesantissima ancora sullo specchio se non viene resettato ogni ora. In pratica se lei muore lo specchio si “suicida”.
Alla fine del film, il fratello, credendo Karen salva, fa calare l’ancora. In realtà Karen è di fronte allo specchio e viene uccisa salvando lo specchio.Il fratello di Karen viene portato via dalla polizia perché accusato dell’omicidio della sorella e vede le anime dei genitori e di Karen dietro una finestra della casa in cui stanno. L'unica scena degna di nota è quando Karen morde una lampadina e la mastica, il resto del film è composto da flash back che poi vanno a mischiarsi con gli eventi contemporanei per svelare un mistero che non esiste, essendo palesato fin da subito.Non guardo horror, ma non ne guarderò più.

martedì 28 febbraio 2017

Taxi Teheran di Jafar Panahi. 2015

Jafar Panahii lo conosciamo tutti. Condannato dal regime iraniano a non fare film, ne ha già diretti clandestinamente tre, ed è riuscito a farli arrivare ai festival e mandarli in giro nel mondo. Taxi Teheran è tutto girato in un taxi, per evitare controlli e censure, un taxi di cui il regista si improvvisa gestore, dunque attore-regista. Poi entra in gioco la sua nipotina, ( non so se vera o presunta)a scuola fanno fare cinema e lei ripete le formule del cinema del regime: l’invito a un “realismo” in tutti i sensi bigotto e autoritario, negazione di ogni confronto vero con la realtà. Nel finale - anche questo girato nel taxi- due poliziotti in borghese penetrano violentemente nella macchina momentaneamente abbandonata da Panahi e dalla nipote, alla ricerca di un “girato” da distruggere o di cui servirsi contro il regista. Pura poesia il dialogo con un’amica avvocato dei diritti civili che, con la stessa ostinazione del regista, continua nonostante tutto il suo lavoro, negli estremi limiti di uno stato di polizia, dicendo serenamente che si deve tirare avanti. Come in "Dieci" di Kiarostami, il taxi diventa una sorta di teatro in movimento, luogo chiuso e al tempo stesso aperto, spazio ideale, quindi, per raccontare una società affascinante e contraddittoria dove il cinico disincanto si alterna a superstizioni che sembrano provenire da epoche lontane. Un road movie per parlare in maniera leggera di giustizia, pena capitale, diritti delle donne e dell'indigenza in cui versa una parte della popolazione.
La sua camera che si accende e che lui gira e rigira è il suo cuore pulsante, quello che non si è arreso. Di fronte ai dubbi della nipotina sulle norme di autocensura volute dal regime per chiunque voglia fare cinema, così come agli inquietanti resoconti di realtà carceraria riportati dalla donna di legge, il regista si limita a sorridere. E il suo sorriso ci fa sperare.

sabato 25 febbraio 2017

L'attesa di Piero Messina.2015

Con troppe lacrime piangi, Maria, solo l’immagine d’un’agonia: sai che alla vita, nel terzo giorno, il figlio tuo farà ritorno: lascia noi piangere, un po’ più forte, chi non risorgerà più dalla morte. (Fabrizio De André, Tre Madri, La Buona Novella)
Piero Messina, regista de L'attesa è il collaboratore di Paolo Sorrentino. Dall’alto, la macchina da presa scende su un Cristo morente. No, Magritte ci direbbe che quello non è un Cristo morente ma solo la sua rappresentazione, quindi dall’alto, la macchina da presa scende sulla rappresentazione di un Cristo morente.Lì ferma Juliette Binoche, che non riesce a trattenersi e lascia bagnare da rivoli di urina scappata per il troppo dolore le gambe. Sulle pendici dell’Etna si celebra un funerale, non è difficile intuirlo. Ma di chi? Quando la fidanzata di Giuseppe torna dalla Francia e chiede del ragazzo «È fuori, ma tornerà», si sentirà dire dalla madre. materassini sgonfiati lentamente, abbracciandoli, solo per sentire l’aria che ne esce (aria che, si intuisce è stata soffiata dentro dal figlio defunto) Tanta Sicilia nella processione della Madonna con stile semidocumentaristico e l’apparizione fantasmatica del morto! Un film acerbo, salottiero, aristocratico, drappi di velluto sugli specchi. Brava la Binoche, ma che sorpresa Lou de Laâge! notevole la fotografia firmata da Francesco Di Giacomo, ma questo rapimento estetico di fronte alle belle immagini che L’attesa contiene non è sufficiente però a farne un buon film, e anche l’ottima Juliette Binoche avrebbe meritato di essere meglio diretta, anziché lasciarle fare quegli intensi primi piani di cui tutti già la sappiamo capace. Manierismo e accaddemismo, vogliamo più pancia.

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